Da piccola mia mamma mi faceva lo shampoo alla camomilla perché era convinta che potessi diventare bionda. Questo è stato, forse per qualche mese, il suo unico vezzo, poi riposto nel cassetto del “non ho tempo”.
Ma i miei capelli non solo non sono mai rimasti chiari come un tempo, ma sono sempre stati il cruccio di qualsiasi parrucchiera o parrucchiere abbia avuto la sfortuna di incontrarmi come cliente.
Capelli troppo sottili, troppo grassi, troppo delicati, troppo deboli. Sempre troppo ma mai abbastanza.
È difficile nascondersi dietro a capelli troppo sottili. E quando senti per la prima volta “Cara”, dove Lucio Dalla canta “quanti capelli che hai non si riesce a contare, sposta la bottiglia e lasciami guardare se di tanti capelli ci si può fidare” rischi di sentirti un po’ in colpa per i tuoi capelli poco significativi che di certo non daranno fiducia a nessun essere umano.
Tenerli lunghi non si può, e il sogno di trecce alla Rapunzel svanisce nei ricordi dell’infanzia un po’ troppo presto, e si rincorrono foto di compleanni di 6 anni e capelli “con taglio a maschietto” per rendere più facile la vita a tutti, ma con le scarpette di vernice sotto la tuta rosa per rivendicare una femminilità che non sono mai riuscita a far emergere con destrezza.
Ma ricordo il rumore della spazzola tra i capelli forti e lunghi di mia cugina e gli chignon ricchi delle mie compagne di danza, quando io dovevo metterci la gommapiuma per dare volume all’acconciatura. Rimanevo letteralmente incantata di fronte a una fortuna che a me era negata perché i capelli lunghi erano difficili da gestire o troppo brutti e piatti sul mio viso esile di allora.
La mia vita poi è stata costellata da simili incrinature nella mia autostima. Rimango spesso in adorazione della pelle vellutata delle altre persone o di caviglie sottili su corpi immeritevoli e per niente allenati. Mentre il senso di colpa per non essere come avrei dovuto si fa strada nelle giornate in cui l’autoironia è un po’ carente…
Tagliare i capelli corti a vent’anni “o giù di lì” è stato uno dei momenti di mia massima ribellione perché era quasi un voler eliminare un problema alla radice. Da lì poi si sono susseguiti cambi di colore, tagli asimmetrici e sperimentazioni di dubbio gusto, che però mi hanno dato l’ebbrezza di assecondare il desiderio di non assomigliare più a quella bambina che osservava adorante le acconciature delle altre. E no, non ho mai pensato che fosse solo una questione di comodità. Anzi, l’unico scopo è sempre stato quello di scappare e di aprire nuove porte a nuove personalità che forse sono uscite anche da quei tagli e da quelle tinte.
Se ci ripenso, sembra quasi che a ogni taglio di capelli corrisponda l’emergere di una certa parte di me, più tradizionale e accomodante o più energica e ribelle. Ma i capelli sono sempre troppo deboli o troppo sottili per potermi prendere sul serio.
E allora mi metto le mani sui capelli, li lascio stare come vogliono, non do mai loro una direzione ma lascio che siano loro a indirizzare le mie giornate. E lo so che non avrò mai foto in cui starò bene e tutto sembrerà a posto ma forse la mia essenza sta tutta lì.

