Al primo “Gosaimas” sentito in aereo realizzo che sto davvero per tornare in Giappone. Dopo più di dieci anni il mio corpo sta per essere trasportato dall’altra parte del globo, forse per la quindicesima o sedicesima volta nella mia vita, e provo terrore.

Fino a quel momento tutto è sembrato assolutamente normale: comprare i biglietti, organizzare il percorso, prenotare gli hotel, fare le valigie, raggiungere l’aeroporto rispondendo alle mille domande dei bambini e controllando regolarmente la presenza dei documenti. Tutto normale fino a quella dolce voce che mi invita a prendere posto nel Boeing 787 per Tokyo Haneda con una serie di “Doso” e “Arigato-Gosaimas”.

Sbam! Eccomi catapultata in un istante al panico delle ultime partenze per il Giappone, quelle che sconquassarono il mio sistema nervoso durante la mia prima vita professionale. Ma davvero questo viaggio l’ho voluto io? Davvero sono pronta per tornare sui miei passi, affrontare le quattordici ore di volo a undicimila metri, in alto oltre le nuvole, con la famiglia al seguito, fino ad arrivare lì dove i profumi e gli odori potrebbero indurmi una crisi di panico di minuto in minuto? Ho davvero metabolizzato tutto quel veleno e il malessere diffuso che aveva accompagnato quel periodo buio? Chi avrà la meglio tra me e la potenza dei ricordi? Sono una madre responsabile a trascinare con me in questa avventura anche delle povere anime innocenti?

Per qualche minuto ho pensato di alzarmi e andarmene senza dare spiegazioni. Ammetto di essermi aggrappata anche fisicamente a mia figlia di sei anni per trovare il coraggio di rimanere, cercando con un finto sorriso lo sguardo delle persone che amo, bisognosa di conforto. Il cuore stava per allineare i suoi battiti con un pezzo hard rock anni Ottanta. Finché ho cominciato a respirare e limitare la mia attenzione ai pochi centimetri intorno a me e a mia figlia che mi diceva “Ahia mamma mi stai stringendo la mano troppo forte!”. Ok, respiro. I battiti rallentano e li indirizzo verso qualcosa di più lento, indecisa tra un reggaeton spegni-cervello e qualche melodia romantica strappalacrime.

Dopo quattordici (!) ore di volo, quattro film (brutti), quindici tentativi di far dormire mia figlia, due mezzi riposini e una colazione poco accattivante, un grande torpore ci accompagna all’alba all’aeroporto di Haneda. I passi silenziosi sulla moquette pulitissima, gli spazi ampi, la fila prioritaria per i controlli del passaporto, l’attenzione delicata del personale, la cura nella consegna delle valigie… tutto suggerisce che il Giappone è ancora lì, pronto ad accogliermi di nuovo.

E l’odore. Quell’odore tipico del Giappone, misto a salsa di soia e saponi alla pesca, che pensavo avrebbe generato dentro di me emozioni contrastanti, mi ha invece mostrato la parte più dolce, quella che ti fa pensare “sono a casa”.

Strano per me considerare casa quel luogo, dove mi sono spesso sentita in gabbia. Forse questa volta la casa l’avevo portata con me, fisicamente e nel cuore, e l’emozione di fare vedere ai bambini quanto è magico il Giappone ha prevalso su tutto. “Vieni Ire, ti porto a vedere i bagni giapponesi!” e il viaggio cominciò.

Avete presente quelle persone odiose che quando vi portano in un posto per te nuovo, dove loro sono già state, non la smettono di descrivervi ogni centimetro, raccontando i loro ricordi senza curarsi del fatto che a voi non ve ne frega assolutamente nulla, e distogliendovi dalla possibilità di creare un rapporto unico e privato con luoghi potenzialmente magici e unici? Penso di essermi trasformata in una di loro! “qui ti ho aspettato quando sei venuto a trovarmi nel lontano 2014”, “Qui possiamo comprare la PASMO (maledetta PASMO)!” “La mappa è questa dobbiamo andare di qua, mi ricordo che è lo stesso treno che prendemmo in quel 2014”, “Queste sono le vending machine!”, “Qui stanno tutti in fila!”… E così per almeno 24-48 ore prima di calmarmi.

Tokyo è davvero presa d’assalto dai turisti, non l’avevo mai vista così intasata di persone, per l’incrocio di Shibuya, già noto per la massa di persone che lo attraversano, arrivare dall’altra parte della strada con tutti i pezzi (figli, scarpe, giacche…) è diventato come una puntata di “Squid Game”.

Per strada si sentono tante lingue diverse, tantissimo italiano e americano e non c’è luogo che non sia fotografato, ammirato, e, purtroppo, a volte anche deturpato, dall’enorme afflusso di persone.

Ricordo che nel 2013 mia madre mi aveva costretto a fare una foto davanti alla statua di Hachiko e mi ero vergognata un sacco, poiché ero l’unica nel mezzo della piazza a impostare un sorriso falso verso la fotocamera. Questa volta non siamo nemmeno riusciti ad avvicinarci alla statua, e pensare di fare una foto ai bambini insieme al famoso cane è diventata un’impresa a cui rinunciare subito.

Le lunghe file sono però digerite facilmente grazie all’organizzazione giapponese, mentre immagino che sia molto più dura per loro accettare l’invasione di folle urlanti e non sempre rispettose dell’ambiente intorno e della pulizia dei servizi che la città mette a disposizione con tanto rigore  e amore per l’ordine.

A volte durante questo viaggio desidererei essere da sola, per tornare nei luoghi in cui ero abituata ad andare durante il mio periodo giapponese, fare il tour dei luoghi del cuore, non comprensibili dagli altri, e rivedere i supermercati, le viette desolate, i negozi di ramen o le fermate della metro più disperse, anche solo per sentirne pronunciare il nome dalla voce registrata. Mi ero riproposta di vedere quante più cose nuove possibili, oltre alle mete più classiche, eppure l’effetto nostalgia si fa sentire prepotentemente, con un richiamo verso Kamakura e il Daibutsu, e tocca l’apice quando il treno sosta a Totsuka e intravedo dal finestrino il palazzo dove abitavo: “Bambini, io abitavo lì!” urlo, incurante di essere in un treno giapponese e dell’”effetto gaijin” provocato. Mi risiedo calmandomi e per un attimo benedico il fatto di non essere l’unica turista sul treno.

I bambini percorrono una media di quindici chilometri al giorno senza proteste eccessive, dimostrano curiosità verso tutto quello che incontrano e anche verso il cibo, si sbrodolano divertiti con il ramen, si ingozzano di gamberi in tempura… e, ahimè, si illuminano quando vedono l’insegna del Mc Donald’s.

Tutto fila liscio: la mattina usciamo, quasi senza meta, con programmi appena accennati, liberi di seguire l’istinto e le esigenze del momento, ma toccando con maestria tutte le mete più interessanti. Stiamo bene, siamo felici. Quasi pensiamo che in fondo fare un’altra esperienza di lavoro lì sia una strada percorribile e formativa, e azzardiamo addirittura una sosta di fronte alla vetrina di un’agenzia immobiliare. Siamo due persone equilibrate, io e mio marito, ma ci sono momenti in cui i nostri voli pindarici prendono il sopravvento sulla razionalità. Ah, vero, siamo sposati da dieci anni dopotutto…

Il giorno della partenza si avvicina mestamente. Incredibilmente sento già la tristezza di dover impacchettare le cose, e comincio a contare le notti che ci rimangono in terra nipponica. L’ansia provata sul volo della partenza mi sembra la cosa più insulsa che abbia mai attraversato il mio cervello. Penso solo che non voglio tornare, che l’acqua della doccia mi ha rinvigorito i capelli e lisciato la pelle, che il sushi, in Italia, non è confrontabile, che la birra Sapporo nei boccali ghiacciati sia l’unico rimedio a una giornata pesante, che fare la pipì da seduta in qualsiasi bagno pubblico sia il sapore della vita. Penso che forse potrei diventare Giapponese (d’adozione).

E poi sono punita per la mia hybris.

Volevo fare bella figura con mio marito, volevo fargli vedere che la maledetta PASMO era stata una buona idea e non solo la mia voglia di sentirmi più di una turista, come se avessi ancora nella borsa il mio tesserino di semi-residenza.

A circa  cinque ore dal volo di ritorno, dopo cinque ore di treno per raggiungere Tokyo, nella Stazione di Tokyo, all’entrata della linea che ci avrebbe portato all’aeroporto, decido di andare a restituire le tessere della metro (le PASMO, appunto) per riavere gli spicci della cauzione. “Ci metto un attimo e torno, voi aspettatemi qui!” dico risoluta a mio marito mentre lui mi guarda andare via perplesso.

La Stazione Centrale di Tokyo è immensa: quindici linee ferroviarie, una linea della metropolitana, il transito di almeno tremila treni e tre milioni di passeggeri al giorno e circa trecento tra negozi e ristoranti. Ma io qui sono di casa, seguo le indicazioni! Quante volte ho detto che in Giappone è impossibile perdersi, e che le stazioni sono più semplici di quanto si possa immaginare, e che basta fare attenzione alla segnaletica… Quanto mi sono sentita figa e cittadina del mondo a pronunciare quelle frasi davanti alle facce smarrite di chi ascoltava… E infatti mi perdo. Ci ho provato davvero a memorizzare la strada, a tenere traccia degli innumerevoli corridoi e scale attraversate, ho fatto affidamento al massimo del mio senso dell’orientamento. E poi cedo al panico. Dopo aver chiesto a qualcuno dove si trovasse il gate dal quale ero arrivata quel giorno con lo Shinkansen, e dopo essere stata spedita chissà dove da altrettanti indicazioni inutili, comincio a pensare che non vedrò più l’Italia, i miei figli, mio marito e che sarò costretta a vivere in una baracca o in prigione per tutta la vita. Presa dalla disperazione fermo a caso due ragazze nel flusso della folla e con le lacrime agli occhi dico loro che mi sono persa e se mi possono aiutare a capire dove andare (anche se in quel momento non sapevo nemmeno più dove dovessi andare). Mi sembra che il tempo corra mille volte più veloce, e che l’aereo sia già pronto per la partenza, mentre loro cercano di capire come aiutarmi e io ripeto ossessivamente “Mi sono persa mi sono persa ma come ho fatto, mi sono persa mi sono persa!”.

Quelle due sante ragazze, dopo aver tentato di calmarmi, capiscono quale strada devono fare e qual è il gate dove devo arrivare. Mi conducono attraverso corridoi infiniti, scale e ascensori mai incontrati da me. Io, ormai impotente, le seguo cercando di riconoscere qualche pezzo di strada già fatto.

E poi, senza nemmeno aspettarmelo, mentre loro mi chiedono se mi ricordo qualche dettaglio in più, vedo la faccia (incazzata) di mio marito che si guarda intorno cercandomi. A quanto pare il mio messaggio “Sto arrivando, mi sono solo un po’ persa” non lo aveva convinto del tutto. Faccio giusto in tempo a presentare le due ragazze alla mia famiglia e scoppio in un pianto liberatorio. Le saluto ringraziandole mille volte e mentre ci avviamo verso il treno per l’aeroporto mi giro per il mio ultimo sguardo su Tokyo. Loro sono ancora lì, mi stanno seguendo con lo sguardo. Le saluto agitando la mano come se fossero vecchie amiche. Grazie Giappone.

Ah, le tessere PASMO sono ancora con me…


Una replica a “Back to Japan”

  1. Avatar stefaniabrichese
    stefaniabrichese

    Bellissimo racconto sister, l’ho girato ai miei amici. Prima o poi mi porterai in Giappone. Baci

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