Un mio capo, parecchio tempo fa, mi regalò un libro sulla resilienza emotiva. Dopo qualche mese cominciò per me un periodo di declino lavorativo.
Fino ad allora avevo sempre attribuito alla parola resilienza un valore del tutto tecnico-scientifico: la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Ma per molti anni adattare questo concetto ad aspetti emotivi, psicologici o sociali non è stato di moda.
La lettura del libro fu piacevole, a tratti illuminante. Ricordo un passo che parlava della resilienza di alcuni atleti di sport “minori”, abituati a viaggi e trasferte disastrosi rispetto ad alcuni calciatori famosi e viziati e incapaci di adattarsi a situazioni di disagio, e il riflesso di questa attitudine in campo: le squadre “resilienti” sapevano reagire a situazioni critiche con più forza, mentre i “viziati” tendevano più facilmente a cedere alla pressione psicologica.
Quanto è bella la resilienza. Quanto è diventata famosa, importante e citata negli ultimi anni. Le hanno dedicato anche un famosissimo e ricchissimo piano di ripresa economica dopo la pandemia, e ora a tutto si richiede resilienza. Gli edifici, le infrastrutture, l’economia, la società, i contribuenti, la scuola… e io immagino tanti tiramolla (ricordate quel fumetto degli anni Settanta e Ottanta?) dondolanti resistere a ogni urto con un sorriso imbecille sulla faccia.
Ma la resilienza prevede la caduta? Inciampare, cadere e rialzarsi è resilienza? O la resilienza è inciampare ma mantenere l’equilibrio? No perché la differenza è sottile ma fondamentale.
Cosa mi voleva comunicare il mio ex capo con quel dono. Me lo sono chiesto molte volte, e ancora oggi non so se era uno stimolo a non avere paura di intraprendere strade complesse, o se era un invito a monitorare e controllare un’emotività che proprio in quel periodo stava subendo profonde modifiche e attacchi esterni. Ancora una volta, la differenza è fondamentale.
Non sono resiliente. Le strade, i ponti e le scuole possono e devono essere resilienti, è una caratteristica tecnica dei materiali.
In ambito tecnico un materiale con caratteristiche opposte alla resilienza viene definito fragile. Non riesce cioè ad assorbire gli urti e spezzandosi, cambia la propria conformazione fisica.
Io non sono resiliente. Mi sono spezzata quando non hanno avuto rispetto della mia sofferenza dopo un aborto, mi sono spezzata quando hanno giocato con i miei sentimenti, mi sono spezzata quando sono stata tradita o derisa, mi sono spezzata quando sono stata aggredita verbalmente. Mi spezzo ogni volta che ho paura di perdere la serenità o le persone care, mi spezzo quando mi vergogno per non essere stata all’altezza, o abbastanza comprensiva, o semplicemente abbastanza, mi spezzo quando mi guardo allo specchio e non mi piace quello che vedo, mi spezzo quando le parole giuste mi arrivano troppo tardi, quando penso ai sogni che non ho realizzato, ed è troppo tardi. Mi spezzo e spesso non mi rialzo, rimango a terra a riprendere fiato, anche qualche minuto in più del necessario.
Ma rivendico il diritto di essere fragile. Fragile e non viziata come i giocatori milionari. che poi pure loro hanno il diritto di spezzarsi senza sentirsi in colpa per aver contribuito a rendere questo mondo “meno resiliente”.
Tiramolla era il “figlio della gomma e della colla”. Lui era resiliente davvero, ma le nostre ossa si spezzano se sottoposte a un urto importante, e si possono riaggiustare, qualche volta, e non senza dolore, il quale ci cambia nel fisico e nella mente senza farci tornare più come prima.
E allora smettiamo di chiedere alle persone di essere resilienti, accettiamo di poterci spezzare.
Abbiamo più bisogno di aiuto, che di manuali di autoaiuto.

