Una cerniera per le emozioni…

Immaginate una borsa frigo. Cosa vi viene in mente? Molto probabilmente un picnic, una giornata di sole, un gelato da portare a cena a casa di amici. Borse frigo colorate, azzurre, gialle, verdi come la natura che ci circonda, oppure decorate con disegni di cibi stuzzicanti, fragole, dolci, gelato… Vi ho fatto venire fame? O almeno voglia di organizzare un pranzo all’aperto?

Ora vi passa. Io non posso più vedere una borsa frigo senza pensare al latte materno.

Gravidanze e parti non sono stati per me l’esperienza più dolce e soave della vita. Non ho avuto la fortuna di vivere quelle situazioni da pubblicità di pannolini. In base alla mia personalissima e poco rappresentativa statistica, sono in realtà molto poche quelle che l’hanno avuta, e questo la dice lunga su quanto, ancora una volta, le donne siano costrette a vivere uno strappo dolorosissimo tra aspettative e realtà.

Quando è nata, mia figlia sembrava un ragno. Piccola nera e pelosa. Ovviamente nata in anticipo di più di due mesi, perché tra le sue specialità da sempre c’è quella di creare scompiglio nei piani dei suoi genitori. Del parto io ricordo il dolore prima del cesareo, la faccia di mio marito fintamente tranquillo, e l’estremo, totale, liberatorio senso di benessere dopo il cesareo, regalato da massicce dosi di antidolorifico.

Mentre chiacchieravo amabilmente con altre puerpere nella mia stessa situazione di rincoglionimento da simil-morfina, non avevo idea di cosa mi stesse aspettando nei giorni successivi.

“Allora com’è?” chiesi a mio marito, ancora intontita e rilassata nel mio mondo stupefacente. “Ha i piedi lunghissimi!” Rispose lui, simulando una faccia serena. E a me bastò per rispondere con un sorriso ebete e addormentarmi. Riuscii a vedere Irene solo il giorno successivo, dopo che mio marito arrivò a prendermi per portarmi in sedia a rotelle nel reparto di Terapia Intensiva Neonatale con la tranquillità irritante che da sempre accompagna il suo consueto ritardo di una o due ore.

La piccola stava lì, dentro l’incubatrice, e appunto era un ragno peloso, pieno di tubicini e con la fascia sugli occhi per la protezione dai raggi ultravioletti della terapia per l’ittero.

Cosa si prova quando il tuo pargolo tanto atteso non ha le sembianze di un tenero e paffuto neonato che si rotola e ride nella sua morbidissima culla? Non lo so. Il mio cervello ha messo quel sentimento dentro a una teca e riposto lontano dalla mia coscienza, e sono sicura che l’abbia fatto per proteggermi. E come quel sentimento, sigillate in altre teche lontane, ci sono anche quelli provati per tutte le storie dei nostri piccoli compagni di viaggio incontrati in quei giorni.

L’unica cosa che so con certezza è che noi, in quel lungo percorso durato quaranta giorni. siamo stati assistiti dalla stella della fortuna.

Sarà capitato a molti di inserire il pilota automatico quando si vivono situazioni troppo difficili da razionalizzare, e così fu anche per me. Ero diventata una perfetta macchina da latte. Con puntualità quasi svizzera avevo spacchettato le mie giornate in otto slot intervallati da sessioni di tiralatte, che di notte avvenivano a casa e di giorno in ospedale. Come se avessi dovuto timbrare il cartellino, alle dieci in punto aprivo le porte del reparto di neonatologia e ne uscivo solo alle sette di sera (altre uscite erano contemplate essenzialmente per andare a svuotare le macchinette di tutto il cioccolato presente).

Tirare il latte, chiudere ed etichettare il contenitore con nome data e ora, inserire il prezioso nettare nei frigoriferi giganti nel corridoio del reparto, lavare e sterilizzare il tiralatte. Andare da Irene per assistere al momento poppata, per lungo tempo rappresentato dal sondino nel naso per l’alimentazione in continuo.

La sera la situazione non era molto diversa, tranne ovviamente il conforto della mia casa, dell’altro figlio e di marito che qualche volta non capiva la mia necessità di rendere quella routine così precisa. Il frigorifero della cucina era diventato zona offlimits per il resto della famiglia, perché solo io potevo capire l’importantissimo ordine con cui inserivo i barattolini di latte.

E poi la mattina, quasi fantozziana, prendevo la mia borsa frigo azzurra con i fiori bianchi, inserivo i ghiacciolini refrigeranti, riponevo con cura le mie tre produzioni adeguatamente etichettate, e mi avviavo a prendere il tram, ogni giorno più agile e libera dal dolore post intervento.

Quaranta giorni. Quaranta giorni ricchi di ricordi, impressioni, odori, racconti, amicizie, pianti, stanchezza, paura e fiducia. L’immagine di copertina di quel periodo è la porta del reparto che si apre, l’odore dei disinfettanti gel per le mani, e la borsa frigo da vuotare.

Non mi era mai capitato prima di sentirmi così centrata e determinata verso un obiettivo chiaro: aiutare Irene a uscire da lì il prima possibile. Del ricordo di quei giorni la mia “sensazione di copertina” non è la fatica e la stanchezza, ma la forza e la determinazione, prive di ogni tipo di pathos ma meccaniche, automatiche, sicure.

Certo, dopo la copertina, le immagini e le sensazioni diventano altalenanti, ma non mi è più capitato di provare quella sensazione di piena consapevolezza del mio ruolo e della mia importanza. Ripercorrere con la mente quei giorni mi aiuta anche oggi, come se il nettare prezioso del latte che producevo non avesse ancora finito di nutrirci.

E la borsa frigo? Ce l’ho ancora. Ne ho comprate altre, più grandi e performanti, ma di quella non riesco a liberarmi nonostante più di qualche graffio. Sono diventate una sorta di “oggetto del cuore”, qualcosa a cui sono fortemente legata, che continuerei a comprare all’infinito, come ad alimentare il mio desiderio di trovare un posto nel mondo.

Come sono fatte le borse frigo, e come funzionano? A dispetto del nome, il loro scopo non è di produrre il freddo come un vero frigorifero (a meno che non siano dotate di un sistema refrigerante attivabile con un motore e collegabile alla rete elettrica…) ma di mantenere un livello di temperatura interna grazie a un sistema di isolamento.

L’isolamento termico è ottenuto grazie al materiale plastico usato, di differenti livelli di performance. I prodotti devono quindi essere inseriti nella borsa alla temperatura desiderata (quindi appena usciti dal frigo se li si vuole tenere freschi, o dal forno nel caso in cui si intenda consumarli caldi), e la borsa frigo aiuterà a tenere la temperatura desiderata per un tempo limitato di ore, descritto generalmente nelle caratteristiche tecniche della borsa stessa.

Molto spesso la parte interna è rivestita da fogli di alluminio. Il metallo si sa che non è un buon isolante termico, al contrario è un buon conduttore. Allora perché viene usato in un ambiente dove l’isolamento termico è ciò che più ci interessa? Lo scopo del foglio di alluminio è quello di riflettere le onde termiche, e quindi restituire ai prodotti contenuti nella borsa termica il calore da loro emessi, con un’efficienza che può arrivare al 90%.

Oltre a regolare la temperatura iniziale dei cibi inseriti, per mantenere il freddo è possibile inserire i famosi “ghiacciolini”, che tecnicamente si chiamano piastre eutettiche. Al loro interno infatti è contenuta una miscela a base di glicole propilenico, che una volta arrivata a congelamento, intorno ai -18°C, riesce a mantenere lo stato solido per molto tempo, assorbendo, un po’ come farebbe una spugna con l’acqua, il calore circostante senza modificare la propria temperatura. Questo processo garantisce una durata superiore di capacità refrigerante, rispetto al ghiaccio.

Nel tempo abbiamo usato quella borsa termica per molte altre occasioni, per trasportare le pappine dello svezzamento, per i primi picnic post quarantena da Covid, per portare la torta e il vino fresco ai compleanni dei bambini al parchetto. Ma il mio cuore rimane incastrato lì, nella chiusura a cerniera, a ricordarmi l’eterno equilibrio tra forza e stanchezza, tra paura e coraggio, tra ansie e speranze.


Una replica a “Una cerniera per le emozioni…”

  1. Avatar Marito
    Marito

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