Con i nostri occhi
«Alza il volume, voglio sentire cosa dicono al telegiornale.»
«Parlano sempre di crisi energetica, nulla di nuovo. Non ti sei stancata?»
«No. Stancarmi? È un lusso che non ci possiamo permettere. Abbiamo distrutto il nostro ambiente, che non ne può più di noi e ci sta mandando segnali molto chiari. Non c’è più tempo. Se non agiamo ora, cosa succederà? Cosa ne sarà dei nostri figli?»
«Esagerata! I nostri figli staranno meglio di noi! Supereremo questa crisi energetica come abbiamo sempre fatto… nel 1979, negli anni Novanta, nel…»
«Ma smettila sei ridicolo! La tua è solo pigrizia! Non cambieresti una virgola delle tue abitudini senza un tornaconto immediato!»
«Oh, ma chi sei? La paladina delle cause perse? La “Greta Thunberg” dei boomer? Tu sei ridicola, ridicola e pessimista. Il progresso scientifico, la tecnologia, la ricerca troveranno le soluzioni adatte come hanno fatto finora, puoi starne certa!»
Il volume della TV era rimasto lo stesso, era il tono di voce a essersi alzato. E come spesso succedeva Anna Lenzi e Vittorio Morelli discutevano ostinatamente. Più si scontravano e più si arroccavano nelle loro idee, estremizzandole quanto possibile, e mai avrebbero ceduto a un “su questo hai ragione tu”. Era un gioco delle parti, il loro modo di confrontarsi e di delineare la realtà. Poi, con calma, nei giorni seguenti, avrebbero riflettuto e moderato le loro posizioni, senza però mai ammetterlo.
Questi erano i momenti di scontro che Anna e Vittorio si concedevano, era il loro modo di usare e sfogare l’aggressività all’interno di un rapporto solido che non temeva grossi scossoni alla base. Provavano un sottile piacere nel farlo tremare un poco, rischiando ogni volta un po’ di più, per poi ritrovare il piacere di tornare al riparo delle certezze che avevano costruito nel tempo. Si erano sposati qualche anno prima e avevano avuto due figli, un maschio e una femmina, Claudio e Teresa, di cinque e sette anni, biondi e simpatici da far invidia al Mulino Bianco.
«Guardali, Vittorio. Ma te li immagini tra vent’anni?» se ne uscì Anna dal nulla, come se le accuse appena scambiate tra loro non fossero mai avvenute «chissà come sarà il loro mondo, se potranno godere della natura, viaggiare, andare ai concerti come abbiamo fatto noi…» si fermò un momento, recuperò qualche immagine dalla sua mente e continuò con maggiore sicurezza «Saranno molto più furbi di noi! Con tutte le informazioni che hanno a disposizione impareranno a mettere l’ambiente al primo posto e a rinunciare ai privilegi in nome del futuro…»
«Pensa a quali videogiochi potentissimi avranno…» sospirò Vittorio, mettendo insieme altre immagini nella sua mente.
IL MONDO SECONDO ANNA
«Hai provato con il doping di Praseodimio?»
«No, non ancora, sarà il prossimo esperimento, devo prima finire questo slot di prove!» rispose Teresa, intenta a preparare la soluzione per i coating fotovoltaici invisibili.
«Ricordati anche i test di adesione, non sappiamo cosa succede con questa nuova formula…» le ricordò il suo capo.
«Lo so! Non facciamo che parlarne da giorni in tutte le riunioni. Manca solo che mi chiami il ministro della conservazione delle belle arti!». Teresa lasciò bruscamente il controllo della pipetta elettronica, alzò sui capelli gli occhiali di sicurezza con il polso, fece qualche passo indietro rispetto al bancone da laboratorio e sbuffò non solo nei suoi pensieri.
Si era svegliata di cattivo umore, e come al solito si divertiva da pazza a farlo notare a tutti. Non ne era sicura ma il malumore derivava probabilmente dall’ansia che la attanagliava da quando aveva deciso di presentare Goran ai suoi genitori e comunicare loro l’intenzione di sposarsi. Sposarsi.
Eppure, era stato così facile dire di sì agli occhi quasi gialli di Goran che la guardavano adoranti. Subito dopo lui era saltato sul letto dalla gioia cominciando a progettare evento, futuro, casa e figli con una naturalezza che lei non sentiva ancora appartenerle. Teresa era abituata a gestire le situazioni stressati solo quando si trattava di lavoro, mentre nella sua vita privata riteneva di essere un totale disastro. Ma Goran l’aveva stregata e strappata alle sue insicurezze, insinuandole il dubbio che prima o poi anche lei sarebbe stata così sicura di un futuro roseo e splendente.
Le giornate lavorative si stavano lentamente accorciando, insieme alle ore di luce che settembre metteva a disposizione, ma Teresa non ne era felice, avrebbe preferito rimanere chiusa in laboratorio a lavorare tutta la notte piuttosto di tornare a casa e affrontare la videochiamata ai suoi genitori. Purtroppo, a causa del risparmio energetico, le politiche aziendali prevedevano che non si potesse usare alcun tipo di illuminazione artificiale non strettamente necessaria alla sicurezza. Così le grandi città avevano riscoperto i ritmi antichi del lavoro sui campi.
Teresa si sfilò gli abiti da lavoro, indossò la sua maglietta rosa consumata e saltò in sella alla sua bicicletta per affrontare i dieci chilometri di strada che la aspettavano. Adorava quel momento della giornata, quando al ritmo delle pedalate poteva rimanere sola con i suoi pensieri. Tutto intorno solo le strade bianche con l’illuminazione laterale ancora spenta, gli alberi alti, diventati obbligatori per garantire l’ombra e temperature più vivibili, la quasi totale assenza di automobili private con il silenzio che ne derivava, l’aria leggermente rinfrescata e il rumore ripetitivo della catena che andava. Le poche attività commerciali ancora aperte le scorrevano accanto mentre lei ripassava gli ultimi dati dei rapporti di sicurezza climatica emessi dall’Autorità Unica per il Futuro, sicura che Goran l’avrebbe interrogata a sorpresa. A lei interessavano quei dati e li studiava con estrema attenzione ma non sempre riusciva a farsi trovare pronta dal suo ragazzo che viveva per analizzarli come fossero la Bibbia del 2042: quando cominciava era difficile fermare il comizio sulla necessità di azioni dimostrative per sensibilizzare ulteriormente “gli ignoranti” (così li chiamava lui). Teresa, nonostante condividesse il motivo della grande paura di Goran sulla situazione climatica, non aveva lo stesso approccio drastico, poiché lo riteneva inutilmente drammatico. Aveva imparato allora a lasciarlo parlare senza contrariarlo troppo, fornendogli tutti i dettagli necessari per non fargli credere che lo stesse solo assecondando.
Arrivò nella sua nuova casa, annusò il profumo dei mobili appena scartati, tolse il casco, liberando i capelli appena un po’ più scuri rispetto a quando era bambina, ma ancora perennemente in disordine, accese l’accumulatore di acqua purificata, si spogliò velocemente dei pochi abiti che indossava e si concesse una doccia. Dopotutto si meritava qualche attimo di relax prima del temuto incontro con i genitori.
Goran l’avrebbe raggiunta solo dopo la chiamata, “per poter apprezzare in libertà la reazione di mamma e papà” gli aveva detto: conoscendo i suoi genitori da sempre, poteva già sentire nella sua testa i commenti e le frecciatine che le sarebbero arrivati. Quindi la doccia fu ben più lunga di quanto la NED (Normativa Ecologica Domestica) prevedesse, ma si assunse il rischio della multa perché l’ansia da spazzare via era tanta.
“Driiin – chiamata in entrata”. Il suono delle videochiamate che ricordava i vecchi telefoni la divertiva tantissimo, anche se ormai non lo usava più nessuno, tutti abituati a suonerie molto più attuali. Il faccione della mamma si materializzò sullo schermo davanti a Teresa che tratteneva il respiro, ma non le macchie rosse che si impadronivano del suo collo ogni volta che la tensione le cresceva dentro.
«Ciao mamma, come mai non mi avevi risposto prima?»
«Ciao, stavo controllando la pulizia automatica dell’accumulatore e non ho sentito la chiamata. Come va? Perché ci chiami di sera?»
«Lo sai che di giorno lavoro, non mi posso ancora permettere di cazzeggiare in laboratorio e chiamare chi mi pare! Ma ho ancora un sacco di Watt disponibili.» biascicò Teresa, pentendosi di aver dato il via a tutto. Se avesse pensato a quella chiamata di fronte agli occhi adoranti di Goran avrebbe urlato un bel “no!”, e fanculo all’amore!
«Comunque, mamma, vi chiamo per un motivo abbastanza importante… ehm… importante. C’è papà a casa, vero?»
«Sì, è qui, c’è anche Claudio. Ma mi stai spaventando…»
«No, no, non ti spaventare» rise nervosamente Teresa «sto bene, tutto ok. Solo che ho una notizia da darvi e… sono contenta che siate tutti presenti! … Io… ehm, cioè, io e Goran… Goran e io… abbiamo deciso di sposarci!»
Teresa si aggrappò al bicchiere d’acqua appoggiato preventivamente sul tavolino nuovo di zecca, scelto tra i migliori produttori di elementi di arredo eco-compatibili a base di bambù e plastica riciclata. Quanto sembrava lontana la serenità con cui aveva scelto quel tavolino, e accarezzandone la superficie ruvida con le mani pensò che in quel momento avrebbe preferito essere quel tavolino…
«Tu e chi?» urlò suo padre.
«Goran, papà. Ti ricordi, ve ne avevo parlato qualche volta…»
«Quel cretino che va a fare le ronde notturne per controllare che tutti abbiano le luci spente dopo le dieci di sera? Quello che ha mandato i Controllori a casa dei nostri vicini?»
«Ehm, sì papà. Ma perché esplodi così? Non hai mai fiducia in me e in quello che faccio! E poi Goran lo fa per un bene comune, un bene supremo, perché crede veramente in quello che fa, a differenza di molti altri… e tu non lo puoi giudicare così! Lo conosci troppo poco!»
«Ecco, appunto, lo conosco ancora troppo poco, figurati quando lo conoscerò di più…» Il sarcasmo era l’arma preferita di papà Vittorio, la usava sia per difendersi sia per attaccare.
Silenzio. Imbarazzante silenzio per alcuni istanti. Poi per fortuna intervenne Claudio: «Ma lui l’ha capito che vi sposate?»
«Cretino!»
«Cioè è disposto a spendere qualche decina di CO2 equivalente pur di sposarti?» continuò lui esplodendo in una risata, «allora o è rinsavito improvvisamente, o è davvero innamorato! povera te!»
Teresa quella volta adorò il fratello per quell’uscita dal tempismo perfetto.
«Claudio smettila, lasciala stare. Teresa, tesoro… sei sicura di quello che fai?»
«Mamma, sì che lo sono. Non ve ne avrei parlato se non fossi sicura. Lo amo. Lui… lui è così intelligente, appassionato… io non so immaginare come farei senza di lui…» e sentì le odiose lacrime salirle dalla gola. Provò a trattenerle ma non ci riuscì. «Scusate. Ora devo chiudere. Ho i Watt contati. Ne riparleremo un’altra volta». E chiuse il collegamento.
Nella casa di origine di Teresa, Anna cominciò a litigare con Vittorio per i modi che aveva avuto con la figlia, per essere il solito pessimista, chiuso e ottuso uomo che non vede oltre il proprio naso (eppure era bello lungo, avrebbe detto Claudio se non avesse intuito che non era il momento adatto per una delle sue battute).
E così si consumò l’ennesima piccola tragedia che il giorno dopo avrebbe fatto penare Anna e Vittorio, intenti a smussare i loro quasi ormai consumati spigoli.
IL MONDO SECONDO VITTORIO
Il visore si illuminò e l’ologramma di Goran apparve davanti a Teresa che sollevò la testa dal pc per aprirsi in un sorriso. «Ciao amore mio, che ci fai qui?»
«Ti volevo solo salutare e chiedere se va tutto bene, se sei pronta per la cena di questa sera dai tuoi.»
«Un po’ nervosa a dire la verità. Speriamo che vada tutto liscio, soprattutto spero che mio padre non si esibisca in una sua tipica piroetta sarcastica…»
«Andrà tutto bene non ti preoccupare. Passo a prenderti stasera alle sette, ok? Così avremo il tempo per stemperare l’ansia con un aperitivo io e te soli.»
«D’accordo. A dopo. Ora devo lavorare, ciao!»
Teresa tornò ad abbassare gli occhi sul pc, che le chiedeva insistentemente di caricare il contenuto successivo al corso “tecnologie bio-compatibili per principianti”. Lavorava per la Techno-Ela, una società che stava cavalcando la nuova frontiera dell’apprendimento, unendo tecnologia, pedagogia e neurologia attraverso lo studio dei microchip sottopelle. Inizialmente erano stati usati per monitorare i parametri vitali, poi per l’analisi delle emozioni, ma ora avevano trovato il modo di modificare la rete neurale del cervello per introdurre delle nuove informazioni, veri e propri contenuti, che andavano a integrare le conoscenze di ogni singolo individuo. Avevano sperimentato con successo che inserendo in un chip sottopelle un intero libro di grammatica insieme a un vocabolario di lingua spagnola un madrelingua italiano poteva padroneggiare lo spagnolo senza averne mai avuto prima alcuna nozione. La ricerca stava proseguendo per valutare la possibilità di successo anche per idiomi più distanti tra loro, che avessero quindi delle radici molto diverse. Ma nonostante la strada fosse ancora lunga e complessa, questo esperimento aveva già mobilitato una grande quantità di fondi e in breve tempo si cominciò a parlare di “lauree-on-chip”, cioè il raggiungimento di competenze di altissimo livello ottenibile semplicemente con il download di contenuti nelle reti neurali attraverso il chip sottopelle di cui ormai la maggior parte della popolazione era dotata. Le vecchie case editrici, i grandi fornitori di tecnologie, i ministeri della cultura, in tanti si mossero e spinsero per lo sviluppo dei nuovi materiali fruibili on-chip, e una buona parte della società, soprattutto quella più conservatrice, intraprese una campagna di denigrazione aggressiva, quasi disperata. Veniva criticato il valore di titoli di studio ottenuto con metodi non tradizionali perché rischiava di non garantire le competenze ottenute in modo “naturale”. “E se si inceppasse qualcosa? Magari durante un’operazione meccanica importante o un calcolo teorico sulla verifica della tenuta di una struttura?” “E se un medico non riuscisse più ad accedere a una specifica informazione nel momento di una diagnosi?” “E la scuola? Cosa ne faremo? La liquidiamo con qualche ora di download?” Erano queste le maggiori perplessità che muovevano i pensieri dei più conservatori (ma spesso anche dei maggiori sostenitori della tecnologia, che nel loro infinito ottimismo rimandavano ogni soluzione a un futuro prossimo). Fino a quel momento però, nonostante fosse stata dimostrata la possibilità di introdurre nella rete neurale conoscenze teoriche, ancora non c’erano dati sufficienti per comprendere se esse si sarebbero potute tradurre automaticamente in impulsi nervosi capaci di controllare l’intelligenza del corpo, per conferire manualità alle competenze acquisite. Nella pratica, cioè, era possibile educare dei chirurghi a conoscenze quasi infinite su tutte le tecniche per intervenire, senza poterle tradurre nella pratica di un tavolo operatorio.
Improvvisamente dalla camera accanto arrivarono rumori inquietanti, tonfi, urla e frenate, le pareti di casa nonostante l’insonorizzazione sembravano tremare. Teresa si alzò dalla sedia e andò a bussare alla camera del fratello urlando più forte dei rumori molesti.
«Ma cosa stai combinando lì dentro?»
Ci mise un po’ a farsi sentire, forse per il volume alto o forse perché Claudio era troppo immerso e concentrato nel suo lavoro, e quando comparve alla porta con gli occhi illuminati di chi ha appena visto qualcosa di stupefacente, asciugandosi con la manica il sudore sulla fronte, disse:
«Sto sperimentando la mia nuova formula di videogames in realtà ibrida! Niente più visori, niente più schermi… una stanza intera dove immergersi totalmente in un’esperienza di gioco mai provata prima! Ora sto facendo delle gare di sopravvivenza su due ruote. Vuoi provare?» e guardò provocatoriamente la sorella con gli occhi spalancati.
«No grazie. Non mi interessa. Abbassa il volume di tutta questa diavoleria inutile perché devo finire assolutamente un lavoro entro stasera! Sempre che tutto ciò non turbi eccessivamente la tua creatività!»
«Come desidera lei sua maestà!» rispose Claudio con un mezzo inchino prima di sbattere la porta e tornare alla sua postazione.
Teresa tornò nella sua stanza sbattendo la porta. Non si capacitava dell’enorme quantità di soldi che guadagnava suo fratello con un lavoro così stupido e inutile, mentre lei investiva la maggior parte del tempo in ricerche virtuali e video-letture per creare dei file che avessero un significato culturale e utile per la società. A rendere tutto più ironico, inoltre, Claudio non dava segnali di volersene andare da casa sua… e di certo non perché gli mancassero le possibilità economiche.
Teresa pronunciò le parole “Controllo Robotica Domestica”, e una serie di tasti apparve sulla parete più vicina a lei dove poté selezionare l’opzione “aumenta isolamento acustico di questa stanza”: il rumore provocato dal fratello era ancora eccessivo.
Eppure, nonostante il miglioramento delle condizioni, concentrarsi sembrava impossibile per Teresa in quel momento. I pensieri se ne andavano da soli alla cena di quella sera a casa dei suoi genitori, a quello che sarebbe successo, a cosa avrebbero detto. Si sentiva felice della sua scelta ed era ansiosa di condividerla con la sua famiglia, ma temeva le reazioni fortemente emotive dei suoi genitori. Qualche volta aveva l’impressione che loro avessero un bisogno di stare al centro dell’attenzione incontrollato al punto da esporsi al rischio di fare commenti strampalati (o vere e proprie grandissime figure di merda) che solo lei riusciva a capire e a giustificare, ma di cui riusciva solo a vergognarsi, se in presenza di persone esterne alla sua famiglia.
Lei e Goran si erano conosciuti qualche mese prima in uno di quei nostalgici cinema “all’aperto”, in condizioni di aria raffrescata e rigenerata con getti potenti che riuscivano a isolare termicamente un ambiente non delimitato da pareti. Per caso capitarono seduti su posti vicini, e si accorsero di ridere per le stesse battute, anche quando il resto del pubblico rimaneva in silenzio. Alla fine del film si guardarono attraverso il “flexiglass” che separava i due sedili per motivi sanitari, e percepirono entrambi la magia di guardare negli occhi una persona reale e sconosciuta a così poca distanza. Goran aveva gli occhi di un colore stranissimo, un grigio che sembrava giallo, e quando guardò quelli di Teresa, grandi e un po’ tristi, nascosti da un ciuffo di capelli biondissimi, si sentì a casa.
I due si stavano osservando ammutoliti da una manciata di secondi interminabili. Sembrava che si stessero annusando, cosa impossibile però, visto che il “flexiglass” non permetteva lo scambio di molecole odorose ma solo di ossigeno purificato. Una voce dall’alto ordinò di indossare nuovamente le mascherine protettive e allontanarsi dalle postazioni per liberare il cinema. Teresa e Goran raggiunsero le loro auto camminando fianco a fianco, seguendo le linee della distanza di sicurezza segnalate a terra, facendo qualche battuta sul film, come a voler prolungare un’esperienza per loro nuovissima, che rimandava ai decenni precedenti, quando vivere all’aperto era normale e salutare. Se fossero stati ragazzi nel 2030 avrebbero forse potuto approfittare del momento per concedersi una birra e approfondire la conoscenza uno dell’altra, ma nel 2042 non era più permesso a due estranei intrattenersi di persona al di fuori degli spazi protetti concessi. Si scambiarono quindi l’indirizzo dei loro avatar e si diedero appuntamento nel metaverso.
Gli avatar non tradirono le aspettative: Teresa e Goran passarono ore a raccontarsi le loro vite, a scambiarsi esperienze e consigli letterari e musicali. Avevano gusti molto simili, nostalgici e un po’ romantici. Goran era uno degli ultimi ad avere il privilegio di lavorare in una campagna aperta, dove ancora le temperature non avevano raggiunto gli eccessi della città. A breve però sarebbe stato trasferito in un impianto di coltivazione idroponica. Questo lo infastidiva, nonostante sapesse che sarebbe stato più sicuro per la sua salute passare più tempo in un’atmosfera controllata, non più esposto alle alte temperature, ai raggi solari diretti e ai rischi biologici e climatici.
Solo dopo essere sicuri che ne valesse la pena, Teresa e Goran chiesero il permesso all’ Autorità di Sicurezza e Salute (ASS), per eseguire tutti i controlli sanitari e di compatibilità genetica necessari a diventare “prossimi” cioè persone autorizzate a frequentarsi di persona.
Teresa non si era stupita, anzi aveva considerato quasi un gesto romantico quando Goran le aveva proposto di aggiungere appunto anche la compatibilità genetica tra le analisi. Si trattava di un esame introdotto da pochi anni dal Ministero della Salute Pubblica con lo scopo di assicurare ai cittadini una prole sana ma soprattutto per ridurre il grande numero di casi di aborti o di infertilità: conoscere la compatibilità genetica con largo anticipo, oltre a evitare di entrare in contatto e in intimità con troppe persone (cosa che rischiava di acuire i fenomeni di diffusione di nuove epidemie) poteva ottimizzare gli incontri e quindi anche la natalità, dal 2010 in continuo calo sia a causa delle epidemie che della diminuzione della fertilità. Il risultato fu che questo divenne un modo per selezionare “l’anima gemella”, forse un po’ freddo ma anche tanto utile sia alla ridotta vita sociale di quel periodo storico che alle casse dello stato. E infatti negli ultimi due anni qualche esperto affermava già di poter osservare un timido aumento del numero delle nascite.
Da lì in poi le cose proseguirono con estrema naturalezza, e i due ebbero l’approvazione per fare coppia fissa e condividere tutti i loro effetti personali.
«Claudio puoi prendere tu la mia macchina!» urlò Teresa al fratello «io me ne vado con Goran alla cena da mamma e papà»
«Vi seguo da qui con l’avatar, Teresina. Non ho voglia di lavarmi!» rispose lui distrattamente, ancora troppo rapito dalle sue avventure ibride. Aveva intuito dalle chiacchiere a bassa voce dei due piccioncini che qualcosa di grosso stava succedendo, e che quella sera molto probabilmente avrebbero fatto un annuncio (un figlio? Un matrimonio?) ma lui non aveva la minima intenzione di esserne coinvolto. Tanto meno voleva essere costretto ad abbracciare i suoi, stringere la mano a Goran o fingere qualche sorriso con Teresa. Claudio stava bene da solo, circondato dai suoi monitor, i cursori, le cuffie, e dagli avatar degli amici. Non si sarebbe fatto incastrare in una realtà che non gli apparteneva.
«Sei un asociale fratellino mio. Dovresti fare qualcosa per la tua vita, tipo perdere un po’ di peso o anche semplicemente… lavarti! Spero che non puzzi così anche il tuo avatar!»
«Te ne puoi andare serena, Teresa. Fatti i fatti tuoi!»
Claudio provava una grandissima passione per il suo lavoro. Da piccolo la domenica mattina andava a rubare il cellulare di suo padre mentre dormiva ancora, per scaricare e giocare con i videogames più accattivanti, per i quali non aveva il bisogno dell’autorizzazione del padre. A ripensarci ora era davvero incredibile che lo pagassero così tanto per fare la cosa che più gli piaceva: sviluppare tecnologie sempre più originali e coinvolgenti e far divertire le persone. Da quando le attività all’aperto erano state limitate e regolamentate, l’utilizzo di videogames quantici aveva generato una crescita esponenziale nelle vendite, e tutto ciò aveva generato un indotto di cui ormai era difficile fare a meno nei conti economici del Paese. Era un privilegiato, considerato come idolo nel suo settore veniva contattato dai maggiori sviluppatori di tutto il mondo per una consulenza.
Aveva solo venticinque anni ma il suo stipendio era nettamente superiore alla somma di quelli della sua famiglia. Di questo i suoi genitori erano orgogliosi, nonostante la preoccupazione (soprattutto di Anna) per la salute del figlio: costretto su una sedia per ore, a volte giorni, sembrava aver costruito un muro intorno a sé che gli impediva di avere un contatto, umano o virtuale, con qualsiasi altra persona. Era un vero nerd, come avrebbero detto intorno al 2020.
… CONTINUA…


