“Mi No!” Non era difficile sentire mia nonna pronunciare queste due parole. “Mi No!” quando le raccontavamo i nostri progetti di viaggio o di trasferimento, “Mi No!” quando le raccontavamo le nostre idee progressiste sul ruolo della donna, “Mi No!” quando le proponevamo qualche piatto diverso dalle sue abitudini venete. “Mi No!” è diventato un mantra per tutti noi nipoti e sapevamo benissimo prevedere il momento esatto in cui l’avrebbe pronunciato.

I “Si!” erano riservati solo a noi nipoti, quando chiedevamo il panino con la nutella a merenda o le patatine fritte per cena. In quelle occasioni cambiava il tono di voce, e non perdeva occasione di darci tutto quello che volevamo, purché in linea con la sua visione del mondo. Forse si lamentava di qualche strano nome dato ai cioccolatini: “nona voio el Lion” “l’aio? Ma cossa te da to mama da magnar?”. Ma appena individuato quale fosse l’oggetto dei nostri desideri, faceva in modo di non esserne mai sprovvista.

Per molto tempo ho pensato a questo “Mi No!” come un limite autoimposto da lei stessa. Una sua regola ferrea perfettamente digerita e acquisita che non le permetteva di vedere oltre il proprio sguardo, un rifiuto della modernità che tanto le faceva paura. Il “Mi No!” della paura.

Poi un giorno ho cercato di capire meglio cosa ci fosse sotto, quale fosse il movimento interno di orgoglio che la spingeva con quella estrema sicurezza a mantenersi distante da quello che la circondava. Una forza cieca e inscalfibile che le indicava la rotta costantemente e le permetteva di tenere la direzione senza tentennamenti.

Questa forza le permise di dire “Mi No!” anche durante i tempi della Seconda guerra mondiale, quando un fascista la invitò ad andare al cinema e lei negò con forza la sua disponibilità, fino a reagire buttandogli a terra il cappello. Di fronte a questo gesto il fascista le puntò il mitra addosso. Il racconto su come si sia poi concluso quell’evento si perde tra versioni poco lucide e discordanti sua e delle sue sorelle, tutte accorse alla porta di casa, come coro greco di donne che mettono insieme le proprie forze per contrastare la violenza di quei tempi. La versione più accreditata dice che il “compare” del fascista gli avesse detto di graziarle perché “troppo belle”.

Comunque siano andate le cose, mia nonna ci raccontava spesso questa avventura e noi stavamo ad ascoltare con gli occhi sbarrati, tremando di paura, increduli che quella potesse essere la stessa donna che ci impediva di andare a giocare nella via parallela perché era troppo pericoloso.

E allora oggi mi chiedo dove sta in me quel “mi no!”. Troppo spesso sono stata impegnata a rispondere positivamente alle sfide della vita anche a costo della mia stessa serenità, troppo influenzata dall’opinione degli altri, o dalla paura di deludere qualcuno. Stare nelle regole del gruppo e non rischiare di essere esclusa per troppo tempo sono state delle priorità e non ho avuto il coraggio di dire “Mi No!”. Quando è successo il mio corpo è sembrato ribellarsi contro di me, sviluppando forme di malessere fisico difficili da guarire. Ho abbassato le mie difese immunitarie, soffrendo di febbri altissime e regolari per mesi, quando mi sono schierata a difesa di un amico di fronte all’aggressività del gruppo di cui facevo parte, rimanendone esclusa. Ho sviluppato una malattia autoimmune quando ho detto no al proseguimento di un progetto che mi stava mettendo in grandissima difficoltà fisica e mentale. Sono stata divorata dai sensi di colpa quando ho dovuto negare la mia disponibilità a continuare una supplenza che non si conciliava con gli altri progetti formativi che avevo in corso.

Sembra che dire “sì” e risultare accomodante nei confronti delle persone, anche sconosciute, sia una delle cose che più mi riesce. E sicuramente è una grande qualità, ma spesso sento ribollire il “Mi No!” dentro di me. Quella forza, quell’orgoglio che vorrebbe urlare al mondo che fa tutto schifo e che stiamo sbagliando tutto. Dire no all’arroganza e alla violenza, con la stessa forza e la stessa sicurezza che mia nonna dimostrò di fronte a quel cappello gettato a terra.

Se la maturità mi ha aiutato ad allineare i miei pensieri e gli ideali alle mie azioni, ancora oggi gli scontri verbali mi mettono in difficoltà. La mia reazione remissiva spesso è scambiata per accondiscendenza, ma spesso è solo il bisogno di prendere tempo per riflettere su come articolare assertivamente il mio no. Ma qualche volta non c’è tempo per articolare un bel niente e vorrei che in quelle occasioni lo spirito di mia nonna si impossessasse di me e pronunciasse uno dei suoi più grandi “Mi No!”, sollevandomi da ogni tipo di ansia da prestazione.

Il tempo che mi serve per riflettere è figlio di quanto ci hanno spesso insegnato, cioè che è importante capire le ragioni di una parte e di un’altra, informarsi e comprendere, cercando di immedesimarsi per spiegare agli altri e a noi stessi come accordare le diverse posizioni e trovare il compromesso ideale.

Sono diventata una grande fan dei compromessi ben riusciti, quelle soluzioni win-win che tanto mi gasano quando riesco a trovarle per far fare pace ai miei figli. Mi piace analizzare le situazioni sotto molteplici punti di vista, provando a entrare nella testa e nelle emozioni delle persone. Non rinuncerò a insegnare ai miei figli quanto sia importante capire gli altri e difenderli quando sono più deboli, e osservare la realtà oltre allo strato più immediato e banale.

Ma continuerò anche a rafforzare i miei “No!”, consapevole di quanto possano essere giusti quando allineati a una forza di idee integrate nel proprio sistema di valori e incrollabili di fronte alla realtà che cambia, non sempre nella direzione che vorremmo noi.

Sotto a un sì o un no ci sono i pensieri e le idee, c’è lo studio e l’approfondimento delle ragioni, c’è l’analisi dei fatti e delle ripercussioni. C’è il dettaglio e c’è la visione di insieme.

Non so cos’avrebbe votato mia nonna per il referendum del 22 Marzo. Quello che so è che “Mi No!”.  


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