Verso la fine degli anni Ottanta, un pomeriggio qualsiasi, avrò avuto 10 anni, la maestra ci chiese di scrivere un tema per casa in dialetto, sulla fine delle vacanze estive.

Trovai l’esperimento molto divertente e mi lanciai nella mia impresa con molto impegno. Ritenni il risultato talmente entusiasmante da leggerlo a casa la sera ai miei genitori perché potessero sentirsi fieri di avere una figlia tanto geniale.

Non ricordo nulla del tema, tranne la frase conclusiva, che nella mia piccola testolina suonava ricca di simpatia: “… e finalmente tutti i teroni i xe tornai a casa sua”.

Silenzio da parte dei miei. Cercando le parole migliori mi dissero che non era carino usare la parola teroni in classe, principalmente per due motivi: il primo era che qualcuno si sarebbe potuto offendere, e il secondo che “i teroni no i vien in vacansa qua, i ga un mar tanto meio del nostro!”.

Rimasi turbata: cosa significava allora la parola terrone? Ma non vuol dire qualcosa tipo “turista”? Perché mai qualcuno si potrebbe offendere? Ma soprattutto… come si permetteva mia madre di rovinare il climax della mia composizione artistica? “Crucchi” non rendeva stilisticamente nello stesso modo, non risuonava deliziosamente come “teroni”.

Sono passati trentacinque anni e questo aneddoto dell’infanzia rifulge tra altri molto più opachi e mi fa ancora sorridere tantissimo, sia per la mia ingenuità, sia per la “brutta fine” che ha fatto la parola “teron”.

La cultura dell’epoca, piuttosto chiusa e ristretta, si scontrava duramente con la visione lungimirante che i miei venetissimi genitori hanno sempre avuto, portandoci al mare a Gallipoli quando non era ancora di moda andare a “ballare in Puglia”, permettendoci di vedere l’Italia nel suo insieme, senza pregiudizi, e con il cuore rivolto verso la bellezza della diversità.

È stata una grande fortuna per me crescere scevra da questo tipo di pregiudizio, e negli anni mi ha fatto molto piacere vedere come la parola “terrone” si svuotasse di significato negativo per acquistare solo una sfumatura ironica utilizzabile da nord a sud. È servito un po’ di tempo, ma già una quindicina di anni fa era possibile relegare solo ad alcune vecchie guardie il timore del terrone.

Ricordo quando portai a casa di mia nonna il mio terronissimo fidanzato, per presentarglielo. Lei cominciò il suo personalissimo interrogatorio rivolto a me, senza degnarlo di uno sguardo:

«Da dove el xe»

«Da Matera, nona»

«Ah, dal tac!»

«Più o meno…»

Non partiva per niente bene…

«E dove te  o ga conossuo?»

«Al lavoro»

«Ah, el lavora!!»

«Eh si, nona»

«E dove el vive?»

«A casa sua, nona »

«Ahhh el ga na casa!!».

A quel punto, rassicurata, alzò un sopracciglio e lo scrutò. Lui le rivolse quel suo irresistibile sorriso (forse non aveva capito nulla del nostro dialogo…). Poi tornò verso di me, quasi soppesandomi, e disse:

«El xe anca beo, un fià massa par ti!»

E anche la nonna capitolò e si arrese al diverso… E mio marito si arrese al fatto che avrebbe dovuto imparare il veneto.

Chi ha cavalcato politicamente la diatriba tra nord e sud, da qualche anno ha dovuto appendere i dispregiativi al chiodo e a me piace pensare che sia una vittoria della preziosità delle differenze sulle paure e le diffidenze. Certo ora hanno inventato nuovi nemici, nuove diversità da combattere e nuove paure da cavalcare per ottenere consensi, e sono nate nuove espressioni dispregiative, anche se nessuna di queste ha la potenza evocativa di “terrone”.

E poi guardo i miei figli, le loro classi delle elementari multietniche, la recita di Natale con gli auguri in almeno sette lingue diverse, la loro spontaneità nell’affrontare culture che non conoscono, e mi sembra che sappiano già apprezzare quanto ne siano arricchiti. E anche se noi genitori rimaniamo ancora un po’ rigidi, e sentiamo di dover abbattere ancora qualche barriera, la naturalezza dei bambini mi fa sperare in un futuro in cui i confini si allargheranno ancora di più, alla faccia di chi predica una cultura iper-nazionalista e, diciamolo, razzista.

Con un lento meccanismo di osmosi, le nostre città si riempiono di differenze, colori, sapori e odori diversi tra loro. L’iniziale diffidenza della molecola a lasciare spazio al nuovo elemento, è via via ostacolata, fino a non lasciarlo più isolato, ma a inglobarlo sempre più, fino alla generazione di una nuova miscela, una nuova soluzione, con caratteristiche di colore e sapore imprevedibili e meravigliosi.

Nel mio piccolo, a me con il mio terrone è andata così. Non ci siamo annullati, non ci siamo appiattiti, non ci siamo conformati, abbiamo accentuato le nostre diversità, insegniamo caorlotto e materano ai figli, mescoliamo ricette e prodotti tipici, ci insultiamo in dialetto. Apprezziamo le nostre differenze e cerchiamo di dare loro un valore nuovo.

Ah, solo una cosa… la frittata di pasta no. Quella no.


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