Ci sono Settembre e Settembre.

C’è il Settembre positivo, che riparte con carica, progetti e germogli di novità, e il Settembre negativo, lento, sonnolento e scricchiolante, che tiene gli occhi chiusi chiusi giù da un burrone.

Io, a Settembre, ci sono nata. Faccio parte della cerchia di persone appartenenti al gruppo zodiacale dei perfettini, dei razionali, degli iper-organizzati e mi ritrovo molto negli ideali della pianificazione e ripartenza, nonostante poi sia un’esperta di discese ripide a occhi chiusi per non guardare in faccia il muro sul quale mi sto andando a schiantare. Quindi tutti i Settembre fanno parte di me.

Amo il rinfrescarsi dell’aria, i colori delicati, il lento ripristinarsi della quotidianità. E odio l’ansia per le nuove scadenze, per un anno che improvvisamente sta per finire con tutte le sue incombenze.

Ma quest’anno non ne voglio proprio sapere di riprendere. Ho mandato in pensione il mio spirito pianificatore e arranco ogni ora del giorno perdendo pezzi qui e lì. Il perché mi è sconosciuto e la sensazione di rotolare giù in maniche corte e pantaloncini verso il freddo inverno mi pervade.

Fin da piccola l’estate ha rappresentato per me il caos, poiché, ben lontani dall’etimologia di vacanza, i giorni estivi da Giugno a Settembre erano tutto tranne che “vuoti”. Per chi lavora con il turismo, magari proprio in un paese di mare, il sole caldo non è motivo di pace e relax, e il tempo da passare in famiglia sfuma in poche ore di pasto consumato al ritmo di “devo andare, devo fare”. È quindi comprensibile che quei mesi, che ora sembrano scivolare tra le dita, fossero i più pesanti e difficili di tutto l’anno, e la campanella di inizio della scuola il segnale della liberazione.

Per molti anni, anche dopo aver cominciato a lavorare lontano da quel mondo, Settembre è stato mio alleato, nonostante la sua abitudine a farmi invecchiare.

Oggi osservo i segni e graffi della mia borraccia rossa con i cuori bianchi. Ne sento la tristezza e la malinconia mentre la riempio d’acqua dallo spillatore dell’ufficio. La ricordo felice alle mille fontanelle incontrate nelle lunghe passeggiate estive in montagna, il piacere che provava nel dissetarci con l’acqua mantenuta fredda grazie allo strato di vuoto isolante. Proprio lo stesso vuoto che sta dentro la parola “vacanza” e che in pochi giorni all’anno dovrebbe essere capaci di isolare la nostra mente dallo stress e dal malessere diffuso.

Quel guscio protettivo fa fatica a ricostruirsi questo Settembre. Serviranno altre armi e nuove strategie per non spaccarsi le ossa. Servirà sangue freddo e una scaltra selezione delle priorità. Servirà la capacità di chiedere aiuto e di alzare bandiera bianca. Servirà spostare lo sguardo in alto per non sentire i graffi della quotidianità, o affondare la mente in un libro morbido. Servirà una spalla gentile su cui piangere finché il respiro non ritorni regolare.

Foto di Petra da Pixabay


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