“Sono rimasto sconvolto di quanto le donne fossero trattate male ottant’anni fa!”

Così mi sveglia, incredulo, il mio candido marito domenica mattina, dopo aver visto la sera prima “C’è ancora domani”.

“Meno male che le cose sono diverse oggi”.

Io lo amo. Tanto. E sulla bontà della sua anima mi ci giocherei quanto di buono ho fatto nella mia vita.

Ma non posso nascondere lo stupore per il suo stupore: le lotte  delle donne nel corso dei secoli per arrivare a puntare, a intravedere, a considerare un’idea di parità, sono dentro di me. Lo sono nella rabbia di mia madre che non ha potuto studiare in quanto femmina. Lo sono nelle parole di mia nonna indispettita dal fatto che una donna potesse lavorare e realizzarsi perché doveva rimanere “a casa a netar mudande” come, miope, aveva sempre fatto lei. Lo sono nella forza con cui mia madre ha spinto me e le mie sorelle, al pari di mio fratello, a studiare, realizzarsi, girare il mondo e sfruttare la curiosità per fare sempre un piccolo passo in più. Lo sono negli scontri che ha avuto con mio padre per difenderci da quanto aveva vissuto lei. Lo sono nella rabbia che ho provato nel pagare lo scotto di uno stop lavorativo (scelto e concordato per motivi di familiari ma aggravato dalla pandemia) che ha vanificato i vantaggi economici guadagnati in dodici anni di lavoro. Lo sono ogni volta che una donna viene aggredita, massacrata, maltrattata, messa da parte, sottopagata, obbligata a scegliere tra lavoro e famiglia. Queste cicatrici sono dentro di me, e per questo il film mi ha commosso ma non mi ha sorpresa.

E mentre racconto questo al mio incredulo o annoiato marito, che si starà maledicendo per aver sollevato un argomento così stimolante per la mia logorrea, per di più al risveglio di una domenica mattina, mi chiedo cosa stona ancora oggi.

Perché è innegabile: oggi abbiamo il diritto di voto, oggi ci è riconosciuto il diritto allo studio, oggi possiamo scegliere di avere un lavoro e un reddito indipendente, oggi esiste la possibilità per un uomo di scegliere la paternità e stare a casa con i figli, oggi scegliamo con chi sposarci, e da chi eventualmente divorziare, oggi esistono leggi sul femminicidio. Oggi è meglio di ieri.

Ma questa è solo una parte della realtà, è la bella favola che ci viene raccontata, per ammirare la punta dell’iceberg e dimenticare quanto sta sotto, perché la strada da fare è ancora tanta, e tutt’altro che in discesa. 

Considerato che faccio parte di una porzione di società privilegiata, per cui buona parte dei diritti sopra elencati sono realmente validi, è doveroso ricordare che esistono ancora troppi casi di negazione dei diritti alle donne anche senza andare oltre i confini nazionali,  e finché un diritto non è per tutti, non può essere chiamato tale.

Poi c’è altro, di ancora più subdolo e difficile da eradicare. Qualcosa che per tutta la mattina mi è girato in testa, e che in realtà gira da molto tempo, ma non avevo mai razionalizzato: il grande blocco di ghiaccio che costituisce la maggior parte dell’iceberg è il concetto di cura.

Immaginiamo di ripatire dal 1946, anno in cui è ambientato il film di Paola Cortellesi: cosa facevano le donne? Si occupavano della famiglia, dei pasti, dei figli e della loro crescita, del marito, dei vecchi (subdola figura quella del suocero), delle pulizie, delle commissioni, relegando i momenti di piacere a qualche chiacchiera tra amiche durante le varie commissioni.

Oggi chi si occupa della cura della famiglia e dei figli? Deleghiamo molto a persone esterne, professionisti e (soprattutto!) professioniste, che allungano il nostro raggio di azione all’uscita di scuola, nella pulizia della casa, nella gestione (gestione!) dei nostri anziani. Molto spesso queste figure sono persone straniere, provenienti da aree geografiche in cui il femminismo non ha ancora compiuto tutti i passi fatti qui, persone che hanno necessità di guadagnare per vivere e far vivere bene i loro cari, e, per necessità, non si spaventano di fronte a lavori di cura faticosi ed emotivamente impattanti. Professioni che noi privilegiato sempre più raramente vogliamo fare perché sottopagate e poco prestigiose agli occhi degli altri.

Sbam! Mi sono incagliata nell’iceberg. È questo che non mi va giù, è questa la lotta per la parità. Perché non vorrei mai più dovermi distinguere da un uomo quando si parla di diritti. E se il genere femminile, lottando con le armi tra i denti, è riuscito a portare a galla le maggiori disparità, ora tocca al tipo di lavoro svolto dalle donne per anni prendersi il posto sul piedistallo e brillare al sole.

La parità di genere non può realizzarsi e completarsi finché non si restituirà al lavoro di cura la dignità e il prestigio che merita.

Non voglio limitare questo ragionamento solo alle questioni domestiche, ma estenderlo a tutto ciò che non genera profitto diretto, ma benessere e serenità nella quotidianità. E quindi anche a chi si occupa della pulizia delle strade, della sicurezza dei cittadini, del benessere dei malati, dell’educazione dei bambini. Immagino un cambiamento radicale, anzi una vera rivoluzione, che si svincoli dalle logiche della dicotomia uomo-donna, e lasci spazio allo schiudersi di una cultura che dà spazio finalmente alle persone prima che al profitto

Potremo essere orgogliosi e ammirare il nuovo mago della tecnologia che implementerà sistemi per permettere alle aziende di guadagnare ancora di più, ma senza i lavori di cura la nostra vita quotidiana non sarebbe possibile, inciamperemmo a ogni passo, e per questo devono essere altrettanto riconosciuti, valorizzati e adeguatamente retribuiti. 

Una simile rivoluzione cambierebbe le dinamiche sociali e le priorità e lascerebbe alle persone una possibilità di scelta in più che ora non c’è. Perché oggi, se hai la fortuna di studiare, poi devi riportare indietro il prestigio che il titolo ti ha dato, e non ti puoi permettere di scegliere di sperimentare la cura della famiglia quando è richiesta senza “finire in prigione e ricominciare dal via”.

Immagino la diffusione della cultura della cura, l’importanza di far percepire la protezione in un abbraccio rincuorante di fronte alle difficoltà di tutti i giorni, di crescere i bambini per farli diventare adulti consapevoli e responsabili nella società, di restituire importanza e amore ai nostri anziani troppo spesso soli. Immagino la cura del mondo, la capacità di vivere integrati e solidali con l’ambiente intorno, la disponibilità a fare un passo indietro rispetto al proprio vantaggio personale. Questa cultura della cura è contrapposta all’elogio della furbizia, del costruire la casa più alta del quartiere, dell’esibizione del motore più rombante. Del profitto a tutti i costi.

Penso a questo come al risarcimento morale postumo dovuto a tante donne che hanno sacrificato le loro aspettative e i loro desideri a quello che la società chiedeva loro, spesso con umiltà e dignità, senza ancora vedere quanto il futuro poteva promettere loro, ma inalando a ogni respiro, una forma di irrequietezza e senso di ingiustizia.


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