L’INCONTRO
“Vorrei vedere voi! Schiacciati, pressati, sciolti… Vorrei vedere voi! Quanto mi girano gli elettroni! Stavo così bene, ero una bella bicicletta, mi facevo delle fantastiche passeggiate nel parco, respiravo aria pura, sentivo raccontare cose piacevoli… e invece no! Voi e la vostra mania di riciclare. Riciclare! Riciclare! Riciclare! Basta!”
Questo pensava Al, una mezza mole di alluminio: per l’ennesima volta fondeva a ottocento gradi centigradi, era diventato fluido, i suoi atomi se ne andavano per i fatti loro e non li riusciva a trattenere… L’ordine era ormai perso. La prima volta che gli era capitato era stata una sensazione terribile per un amante del controllo come lui: la paura di perdere pezzi lo bloccava, ma non poteva fare a meno di sciogliersi e di perdere il controllo. Aveva pensato che non sarebbe stato mai più lo stesso… E in effetti non fu più esattamente lo stesso di prima, perché alla fine del processo si sentì come nuovo, purificato, e quando la temperatura ebbe ripristinato l’ordine dei suoi atomi, una volta che protoni ed elettroni furono tornati rigorosamente al loro posto rispettando le distanze originarie, si ammirò: splendente, luccicante, rimesso a nuovo. Il flusso metallico era spaventoso, ma una volta uscito da lì ti potevi sentire un re.
Qualche settimana dopo, sullo scaffale di un supermercato, Al stava ammirando la sua nuova silhouette… alto dodici centimetri, color oro, accattivante… chi avrebbe potuto resistere a una lattina di birra così? Si ammirava, si guardava con entusiasmo… Quanto era bello!
«Ammirati pure!» si sentì dire dal suo vicino di scaffale. «Tanto, una volta che ti avranno bevuto, finirai in pochi giorni nel cesto del riciclo per la milionesima volta! Smettila di illuderti, Al, presto tornerai nel flusso metallico, non ti affezionare alla tua nuova veste!»
Al non aveva intenzione di crederci, sentiva che c’era qualcosa di diverso per lui quella volta. Forse perché era più bello e luminoso del solito, o forse semplicemente perché se lo meritava, dopo essersi comportato in modo così esemplare quando era una bicicletta. Era assorto nei suoi pensieri quando sentì delle voci avvicinarsi…
«E adesso… birra!»
Tre ragazzini con un accenno di baffi si stavano agitando davanti allo scaffale con gli occhi spalancati come se fossero davanti al tesoro di Willie l’Orbo.
«Vetro o lattina?»
«Lattine, sono più leggere e ne possiamo portare di più!»
«Quanta intelligenza il nostro Carlo! Tu sì che ne sai di feste in spiaggia!»
Al e i suoi compagni di scaffale cominciarono a mettersi in mostra: stirarono ogni atomo quanto più potevano verso l’alto (non sapevano che non era possibile e che non cambiava nulla!), sembrava che stessero urlando “prendi me! prendi me!”. Le mani dei tre ragazzi scivolavano tra le lattine mentre commentavano la qualità della birra come se fossero dei vecchi esperti al bar. Qualcuno addirittura azzardava commenti sul rapporto qualità/prezzo, ma forse nessuno davvero ci stava dando peso.
Carlo sarebbe rimasto lì per ore, si sentiva bene. Gli amici, una bella serata in programma, l’eccitazione di una scelta così semplice ma così fondamentale. Si isolò mentalmente e pensò che quel momento lo stava facendo sentire grande e potente. Un sorriso accennato e un pensiero a quella frase che aveva sentito, non sapeva bene dove, secondo cui “la felicità sta nell’ attesa”. Eccolo lì, un pezzetto di felicità. Un brivido lungo la schiena… Ma venne interrotto da Fabio: «E allora, ciccetto? Hai scelto, espertone delle feste in spiaggia?»
Quell’accento forzatamente milanese di Fabio mandava il sangue alla testa a Carlo. E addio felicità.
«Sì, questa!» e Carlo scelse, senza pensare, la birra che aveva davanti. Allungò la mano e prese prima due, poi quattro, alla fine otto lattine. Insieme a quelle raccolte dai suoi amici ne avevano a sufficienza per garantire il successo alla serata.
Sbam! Al si trovò scaraventato nel carrello della spesa. Pensò che le cose non stavano prendendo una buona piega, quei ragazzini sembravano troppo in preda agli entusiasmi giovanili per prestare la dovuta attenzione a lui e alla sua magnifica corazza. “Sarebbe stato molto meglio finire sul tavolo di qualche quarantenne annoiato in cerca di soddisfazioni culinarie” pensò, “invece così mi ammaccheranno tutto! Che spreco, che sciatteria, che mancanza di tatto!”.


LA SERA DELLA FESTA
Serate così limpide se ne vedono molto poche. L’aria frizzante permetteva di indossare qualcosa di più pesante della solita maglietta, la luna piena si era messa in ghingheri, sicura che avrebbe rubato la scena al mare e alle stelle, la notte si era arresa a esercitare il suo potere solo nascosta dietro gli ombrelloni chiusi. Il mare sospingeva piano verso la terra il suo sapido profumo.
Carlo sentiva nell’aria un’emozione crescente. Controllò di avere tutto: zaino pieno di birre preventivamente raffreddate in frigo e bicicletta. Tutto lì, non serviva altro, se non la sua inseparabile chitarra. Aveva sentito raccontare strane storie sui chitarristi da spiaggia, tipo che non limonano mai, che sono sfigati, che servono solo da colonna sonora. Era tutto vero! Infatti se lui avesse dovuto raccontare tutte le volte che era riuscito a baciare una ragazza durante una festa in spiaggia, non avrebbe detto neanche una parola. Però suonare in quelle occasioni lo faceva sentire bene. E poi quella ragazza così bella a cui tutti ambivano, Silvia, stasera si sarebbe presentata in uno dei suoi vestitini cortissimi… ma sicuramente non lo avrebbe degnato di attenzione in nessun caso. Era bellissima e irraggiungibile. “Poco male” pensò, “continuerò a guardarla e basta, come ho fatto finora”.
La strada scorreva sotto le ruote della bici, sembrava di volare! Arrivato in spiaggia trovò Fabio, Anna, Teresa e Luca già pronti con coperte, anguria fresca, superalcolici (i soliti esagerati!) e un amplificatore che sputava fuori terribile musica trap.
«Per cominciare spegniamo questa schifezza, ragazzi!»

«Eccolo qui il secchione delle feste in spiaggia!» disse il solito Fabio.
E così tra qualche risata e scambi di battute cominciò una delle serate più memorabili per Carlo.
Al non ne poteva più di stare ammassato dentro lo zaino. Aveva anche freddo, quel passaggio in frigorifero non gli era piaciuto per niente e sembrava che i suoi compagni di sventura stessero sudando… “Bleah, che schifo sto sudando anch’io! Questa poi, chi me lo doveva dire che avrei sudato! Freddo, tra l’altro…”
Era buio, faceva freddo, sudava ed era schiacciato su ogni lato. In più notò un graffio sul lato basso destro. Adolescenti maleducati e poco rispettosi, se avessero saputo quanti anni di esperienza si portava sulle spalle non avrebbero osato trattarlo in quel modo!
E poi la situazione peggiorò. In un secondo tutte le lattine furono versate dentro un contenitore pieno zeppo di ghiaccio. “Ma questo è peggio del flusso metallico… Ragazzini maledetti e irrispettosi, me la pagherete!” Acciaccato, ammaccato, incazzato, e decisamente più infreddolito di prima, Al non credeva ai suoi neutroni, rimpiangeva i bei tempi passati e sperò fortemente di tornare nel flusso metallico quanto prima. Era anche finito sul fondo del contenitore e sentiva la pressione di tutti i suoi compagni di sventura sopra di lui. “Quando esco da qui mi butto da solo dentro al cestino del riciclo. Giuro che lo faccio!”
Intanto, nell’aria calda della festa Carlo aveva già imbracciato la chitarra e stava suonando una delle sue canzoni anni Novanta, una passione che nessuno dei suoi amici condivideva e che lo faceva sembrare perennemente uno sfigato. «Ohohoh I’m still alive eheheh ahah ohh oh I’m still alive.» Ma se era vero che tutti lo prendevano per il culo per quelle canzoni, era difficile spiegare perché poi lo lasciassero cantare indisturbato, anzi ogni tanto partissero tutti con un coro strampalato nei ritornelli più famosi. Anche Silvia, che nel frattempo era arrivata alla festa camminando su quel solito immaginario tappeto rosso, si era lanciata nel coro e Alive dei Pearl Jam arrivava al cielo così forte da entrare nel sangue.
Probabilmente fino a quel momento Carlo avrebbe ricordato quella come una serata da chiacchiere tra amici che profumava di mare, di sudore fresco e canne. Ma poi, durante una pausa dalla sua chitarra, senza guardare, Carlo allungò la mano per prendere l’ultima birra rimasta nel contenitore dove il ghiaccio ormai sciolto lasciava le mani bagnate di acqua gelida e un po’ appiccicosa. La sua mano toccò qualcosa di morbido e altrettanto gelido; con uno scatto la ritrasse e si voltò a guardare cosa fosse successo. Stupore. Felicità. Terrore. Incontrò gli occhi più dolci che avesse mai visto, un sorriso radioso e un’espressione quasi altrettanto stupita… Lei, la proprietaria della mano che aveva inconsapevolmente sfiorato, lo fissava, e probabilmente per più di qualche secondo nessuno dei due avrebbe saputo dire dove si trovasse e che giorno fosse, se facesse caldo o freddo, se fosse notte o giorno. Silenzio. Finché il brusio di fondo tornò più vivido insieme all’autoconsapevolezza dei due ragazzi.
«Scusa, prendi tu l’ultima birra, io ne cerco un’altra» disse la ragazza senza togliere gli occhi di dosso a Carlo sentendosi nudo.
«Ma no, figurati, prendila tu» rispose lui, porgendole la lattina che era finita tra le sue mani.

«Ce la possiamo dividere, cosa ne pensi?» propose lei pragmaticamente, sorridendo e mostrando i denti non
perfettamente allineati ma con quel leggero accavallamento che rendeva il suo sorriso impossibile da dimenticare.
«Sì, certo» balbettò Carlo.
Aprì la lattina, facendone uscire un po’ di schiuma, e la porse alla ragazza che ne bevve un sorso.
«Io mi chiamo Luna» disse, pulendosi la schiuma rimasta sulla bocca con un gesto della mano quasi bambinesco.
«Io sono Carlo, e sono molto felice di conoscerti.»
«Grazie, Carlo. Mi piace la musica che suoni, e hai una bella voce!»
«Wow, non me l’aveva mai detto nessuno…» rispose Carlo imbarazzato.
Luna era arrivata da poco alla festa e per questo Carlo, intento a suonare, non l’aveva notata. Si trovava nella
piccola cittadina di mare a passare le vacanze, come la maggior parte dei ragazzi presenti alla festa, e a settembre si sarebbe iscritta alla stessa scuola di Carlo. Un’ottima notizia per lui che si era irrimediabilmente e definitivamente appena innamorato.
“Ecco, devo farvi un riepilogo? Ammaccato, infreddolito, sudato, bagnato, appiccicoso e ora pure sputacchiato da questi due imbecilli. Ho toccato il fondo! Però guardateli… Che carini… Starebbero bene insieme! Quando ero una bicicletta ne ho visti tanti di sguardi innamorati come questi. Bene, ragazzi, buon divertimento, non dimenticatevi di buttare tutto nella raccolta differenziata, e tanti saluti! Io mi preparo alla mia prossima vita! Aloha!” pensò Al mentre stava tra le mani sudaticce di Carlo, ormai alleggerito dal carico che conteneva. Non sapeva che quello era solo l’inizio di una lunga amicizia.


CARLO
Al si era incollato alle mani sudaticce di Carlo dopo essere passato tra le sue e quelle di Luna ed era diventato
parte stessa della loro serata. Li aveva osservati arrossire, balbettare, sospirare, e lui stesso si riteneva ormai l’amuleto della nuova coppia. Infatti non era finito in un bidone, ma la mattina seguente si trovava sul comodino vicino al letto di Carlo.
“Finalmente qualcuno che si accorge del mio valore! Io non sono mica spazzatura, eh! Sono la lattina più importante del mondo, chi può negarlo?” pensava Al, e allo stesso tempo però si rendeva conto che il suo aspetto lucente, algido, perfetto era ormai un ricordo del passato. Ammaccato e mezzo accartocciato, non riusciva quasi più a leggere le scritte luccicanti di prima. Sì, era la lattina più speciale del mondo, ma non si sentiva mica tanto bene… Provava una sorta di nausea, come se l’hangover dei ragazzi della sera prima si fosse ripercosso su di lui. Scricchiolante, guardò Carlo svegliarsi prima con un occhio e poi faticosamente anche con l’altro. Gli era rimasto addosso il sorriso dalla sera precedente.

Carlo prese di scatto il cellulare come se avesse ricordato improvvisamente qualcosa di vitale importanza e andò a cercare i segni della reale esistenza di Luna. Non appena li trovò (il suo numero era lì, splendente, davanti ai suoi occhi) con un sospiro tornò a buttarsi sul letto e a fissare le venature del legno del soffitto.
«Carlo, sveglia! Ti devi alzare!» la voce squillante della mamma arrivò come una lama che si infila in un grappolo di mal di testa. Carlo si ricordò immediatamente che aveva preso l’impegno con l’associazione “Plastic Free” di andare a ripulire il lido selvaggio, la zona meno conosciuta e battuta dai turisti, ma per lo stesso motivo abbandonata al menefreghismo di pochi scellerati inquinatori.
Sembrava che la sensibilità nei confronti dell’ambiente fosse parte del suo DNA. Fin da piccolo aveva dimostrato di avere a cuore la natura e di tollerare poco gli ambienti eccessivamente artificiali, sporchi, inquinati: la sua stessa pelle, così delicata e sensibile, andava d’accordo solo con prodotti naturali e ogni volta che Carlo provava a indossare qualche indumento alla moda, ma confezionato con materiali sintetici, il suo corpo si ribellava esplodendo in allergie antiestetiche che non facevano che alimentare quell’aria da sfigato che già si portava appresso. Perché Carlo fosse così attento alla questione ambientale era un mistero per tutta la famiglia, visto che i suoi genitori, nonostante l’età relativamente giovane, a stento riuscivano a differenziare la spazzatura. Forse era stato un errore genetico, o forse nel suo albero genealogico esisteva un antenato altrettanto sensibile. Sicuramente Carlo non avrebbe mai conosciuto l’origine di quell’attrito tra lui e i suoi genitori, che metteva in luce l’aspetto più duro e intransigente del suo carattere: dolce, amabile e riflessivo, perdeva il controllo di sé ogni volta che vedeva la natura violata. Controllava, segnalava, criticava ogni atteggiamento di spreco e di inquinamento quotidianamente e senza risparmiarsi, fino al litigio. In quelle occasioni sentiva la rabbia salirgli dentro e non poteva trattenere urla e insulti.
«Carlo! Dai! Muoviti che i tuoi amici fricchettoni sono arrivati» continuò la mamma gridando da lontano.
«Arrivo, mamma! Che palle! Preparami un caffè, almeno!». Infilò i pantaloni e la maglietta della sera prima, raccolse il cellulare e due monetine lasciate sul comodino, prese dall’armadio il kit per la raccolta con lo stemma della tartaruga, e uscì sbattendo la porta della camera.
Al barcollò al passaggio della mano di Carlo sul comodino e quasi cadde per terra, ma riuscì a fermarsi sul bordo. Quel ragazzino tutto sommato sembrava interessante.


CARLO E LUNA
Le serate estive di Carlo avevano preso una piega del tutto diversa. Prima di Luna esistevano gli amici, le chiacchierate al bar, le feste in spiaggia, i giri in bicicletta in cerca di luoghi freschi, la chitarra e i libri da godere in solitaria nel giardino di casa. Dopo Luna esisteva solo Luna.
Di giorno, lei aveva un piccolo lavoro estivo da portare avanti in un negozio di abbigliamento, ma dalle sette di sera in poi era tutta per Carlo. Uscivano a fare il bagno con il tramonto del sole, passeggiavano per ore, a volte si ricordavano di mangiare. Ma soprattutto parlavano così tanto e così intensamente da non sapere più di chi fossero i pensieri. Luna era stata cresciuta solo dalla madre e forse per questo sembrava più grande. Si era sempre sentita dire che la cosa più importante era diventare indipendenti, trovare la forza di reagire dentro di sé, ma soprattutto disturbare il meno possibile. E così, per non rischiare di essere di peso a nessuno, sorrideva. Sorrideva spesso, anche quando non voleva, e a volte quando non era il momento giusto. Non era una persona felice, ma rischiavi di crederlo se non la conoscevi bene.
A Carlo faceva impazzire come Luna smontava le sue preoccupazioni, che lui riteneva espressione di un animo profondo, ridimensionandole e a volte ridicolizzandole: la sua permalosità tentava di prendere il sopravvento, ma gli occhi e la risata contagiosa di Luna trasformavano sempre quella rabbia nascente in piccoli muffin dolci e appena sfornati. Anche quando l’oggetto ridicolizzato era il radicato credo ecologico di
Carlo.

Una sera piovosa, Luna era passata a casa di Carlo, con la scusa di portargli la felpa che le aveva prestato. Sua
madre la fece entrare squadrandola da capo a piedi con un sorrisino ironico, “da stronza” avrebbe pensato Carlo se l’avesse notato. Ma il nostro cervello sa fare una cosa sola alla volta e quello di Carlo era troppo impegnato a imprimere nella memoria l’immagine di Luna nella sua casa. Due mondi che sembravano non doversi incontrare mai.
La prima cosa che Luna notò entrando nella camera di Carlo furono i poster appesi alle pareti: non riusciva a spiegarsi perché fosse necessario decorare le pareti di una stanza che usava solo per dormire, per un paio di mesi all’anno. Poi guardò meglio e scoprì le montagne di libri sparsi un po’ ovunque, dal pavimento alle ante semi-aperte dell’armadio. Il disordine delicato la invitò a sedersi sul letto con disinvoltura, adagiandoci sopra la felpa restituita. Si sentiva al sicuro.
«Ma è lei!» esclamò Luna prendendo in mano Al. «Che ricordo meraviglioso, Carlo… Non ti facevo così romantico!»
«Mi dovresti conoscere ormai, Luna» rispose Carlo, con un cenno di sorriso, felice di aver colpito nel segno e di essersi fatto scoprire.
«Sei molto legato alla natura e al mare, vero? Hai partecipato anche tu a questa iniziativa, vero?» disse Luna indicando il poster di una campagna raccolta plastica. Ma non lo lasciò rispondere e cominciò un monologo che sembrava fosse appeso ai suoi pensieri da molto tempo. «Sai, trovo molto interessante che tu sia così attento e sensibile alla questione ecologica, alla raccolta della plastica, alle varie limitazioni, e sicuramente le cose che fai hanno una loro piccola utilità, ma non sarà mai abbastanza. Non puoi pensare di ripulire questo mondo sporco e compromesso. Non abbiamo potere, solo i governi possono fare qualcosa per limitare i danni e rientrare davvero nei limiti della soglia di allerta ambientale. Tutto il resto è solo un modo per lavarsi la coscienza e illudersi di avere del potere.»
«Quindi tu non fai niente per limitare il tuo impatto sull’ambiente? Non pensi che con l’impegno di tutti si possano cambiare le cose?» la incalzò Carlo sul piede di guerra.

«Ma sì, certo, cerco di stare attenta ai rifiuti e a tutto il resto, ma lo faccio ormai più per abitudine, che per un vero credo. Non penso che le cose possano cambiare, tutto qua. Non saranno i nostri comportamenti virtuosi a risolvere il problema, ci vogliono nuove tecnologie, nuove scoperte, leggi stringenti per le emissioni delle industrie. E non è qualcosa che possiamo fare noi.»
Carlo sentì spegnersi una stella tra un milione, ma non ebbe la forza di controbattere. Prese le parole di Luna, le ribaltò sul tavolo del suo cervello, le rimescolò e le ricompose. Riuscì a non infuriarsi come avrebbe fatto con chiunque altro e diede loro un senso: Luna era troppo intelligente per fare le cose che fanno tutti, ecco perché non capiva. Però quel “non è qualcosa che possiamo fare noi” gli rimbombava nella testa: la dura realtà era che lei non lo capiva.
Carlo era consapevole che le cose non potessero cambiare solo evitando di gettare le cartacce per terra come gli avevano insegnato i suoi genitori da piccolo, ma il suo credo più radicato stava nella forza che poteva raggiungere l’impegno di tutti. Solo con il coinvolgimento di ogni persona, con lunghe estenuanti capillari campagne di sensibilizzazione sul risparmio energetico, il consumo critico e la raccolta differenziata, si poteva pensare di sterzare ed evitare l’impatto. I governi avevano avuto la loro occasione ma non erano stati in grado di coglierla e ora l’unica speranza era la forza dei singoli. Niente poteva prescindere da questo.
Prese Al dalle mani di Luna e lo gettò sul letto. «Ha smesso di piovere, usciamo, dai!» e nella sua testa Thom Yorke cantava Nice Dream.


LA FINE DELL’ESTATE
L’estate più bella che Carlo avesse mai vissuto stava per finire. Lo si percepiva dall’aria più fresca, ma anche dal vociare più flebile, dal colore più scuro della sabbia, dal segno del costume sempre più evidente. L’aria portava profumi fioriti, e i compiti delle vacanze fagocitavano qualche pomeriggio di troppo.
Aveva deciso che il suo aspetto scassato gli donava un’aria vintage e intellettuale: Al era nel pieno del godimento della sua gloria, riusciva sempre a sovrastare le pile di libri, praticamente dominava il mondo di Carlo, e lo vedeva nei suoi occhi ogni sera, prima di dormire. Riusciva quasi a sentire il flusso dei suoi pensieri che gli passavano attraverso, facendo vibrare il legame metallico dei suoi atomi. “Sono ormai parte della tua famiglia. Staremo insieme per sempre. Anch’io ti stimo, ragazzo.”
In parte era così, perché davvero Carlo si era affezionato a quella lattina scassata, e un paio di volte l’aveva salvata dalle grinfie di sua madre, mentre era in preda a uno dei suoi raptus di ordine e pulizia.
Con l’accorciarsi delle giornate, la diminuzione di turisti e l’avvicinamento della scuola, anche Luna finalmente riusciva a trovare più tempo per gli amici e per Carlo. Erano giornate pigre, passate sul bagnasciuga a schizzarsi l’acqua, a fumare, suonare e immaginare il futuro. Ogni fine giornata, poi, Carlo passava come un radar a controllare che nessuno dei suoi amici avesse abbandonato qualsiasi tipo di rifiuto: si dotava addirittura di un retino e ispezionava minuziosamente il loro spazio, tra le risatine degli amici e qualche battuta ironica del buon vecchio Fabio. Alcuni suoi amici erano stupiti dall’invidia che provavano nei confronti della relazione costruita da Carlo e Luna: lui era uno sfigato, a dire la verità, eppure la luce che insieme creavano intorno a loro era contagiosa, era impossibile non essere innamorati di quella coppia.
«Uè, ciccetto, sei proprio perso, eh? Ahahah, chi l’avrebbe mai detto che una ragazza ti avrebbe mai dato corda. Non te la far scappare, chi ti piglia più!» diceva il sarcasmo invidioso di Fabio.
«Quanto sei odioso Fabio, Carlo e Luna sono felici così, staranno insieme per sempre!» ribatteva l’eterna ottimista Teresa.
«Fosse figa come Silvia potrei anche capire tutto questo entusiasmo, ma Luna è a malapena carina e poi secondo me se la tira» pontificava la solita Anna.
Solo Luca scambiava sguardi di approvazione con Carlo senza dire una parola. E questo bastava.


MILANO
“Ehi ehi ehi ehi! Mettimi giù! Cosa stai facendo, dove mi porti? Mettimi giù, ti ho detto! No! Non dentro quella scatola, che brutta fine mi vuoi far fare? Ma cosa succede? Noooo!” Al non aveva capito di trovarsi nel bel mezzo di un trasloco. L’estate era finita ed era arrivato il momento di fare ritorno a casa, a Milano, e Carlo stava impacchettando tutti i suoi libri, i poster, i vestiti estivi per poterli caricare in macchina e partire quanto prima, come sua madre non smetteva di ricordargli ogni dieci minuti. Al non lo sapeva, ma ce l’aveva fatta a superare anche quelle pulizie.
Quando lo scatolone si riaprì, Al si guardò intorno, sorpreso di non trovarsi in una discarica ma in una nuova stanza dalle pareti blu, disseminate di mensole piene di libri. Il suo nuovo posto fu ancora il comodino, e solo in quel momento capì di non aver perso importanza per Carlo. “Ma certo che lo sapevo! Mica mi poteva tradire così, il mio ragazzo! Ah ah ah! Come si fa a non amarmi? Come si fa a non vedere quanto sono bello?
Certo che mi poteva almeno proteggere con un po’ di pluriball… Ma non ci tiene ai miei atomi? Guardate qua come sono conciato… e vabbè, quando uno è figo non c’è scheggiatura che tenga. Eccomi! Sono qui! Sono il re! Buongiorno a tutti!”
Le giornate settembrine erano le preferite di Carlo, e la sua vita era tornata sui soliti placidi, rassicuranti binari disegnati dal ritmo delle giornate che passavano tra scuola, compiti, amici e chitarra. Solo che questa volta c’era anche Luna accanto a lui, e tutto sembrava più luminoso.
“Questa è la mia vita e finalmente ne ho il pieno controllo” pensava Carlo, strimpellando una canzone che non conosceva nessuno. La strada davanti a sé sembrava se non dritta, almeno illuminata.
Ma ci sono mattine che ci svegliano male. In quelle mattine la luce fa un giro strano, arriva ai nostri occhi eppure il cervello ne rimbalza via la luminosità e il calore, e quello che rimane ha un colore sbiadito. In quelle mattine il nostro cuore sa già che qualcosa ci farà rimpiangere di non essere rimasti sotto le coperte a fingerci malati. Quella mattina Carlo si era svegliato con un inspiegabile magone.
La scuola era scivolata via senza sapore, e quel tardo pomeriggio Carlo e Luna si incontrarono per andare a sperimentare un nuovo locale.

«Che ne dici di assaggiare questa nuova versione di cheeseburger?» chiese lei.
«Ma pensi sempre a mangiare, tu? No, grazie, io preferisco solo bere qualcosa.»
«Non penso solo a mangiare… penso a godermi la vita, cosa c’è di male?»
«C’è che pensi solo a te stessa. Sei come tutti gli altri, pensi a riempirti la pancia sempre un po’ di più, e te ne freghi se il resto del mondo va a rotoli.»
«Ma che cazzo c’hai, Carlo? Se volevi fare il simpatico non ci stai riuscendo per niente!»
«Ma no, Luna, quale simpatico, lo so di essere una pigna. È che ci sono dei momenti in cui mi sembra proprio che tu non percepisca la precarietà di tutto questo. Ti vesti bene, ti metti qualche aggeggio carino tra i capelli, e la tua giornata va liscia. E ti basta così. Ti ricordi quando mi hai rimproverato perché secondo te non abbiamo nessun potere in mano per cambiare le sorti dell’ambiente? Te lo ricordi? Eravamo nella mia camera al mare…»
«Sì, ok ,e allora?»
«E allora… a me quella cosa non è mai andata giù. Io sarò anche un fissato, ma almeno ci provo a fare qualcosa, tu invece ti lamenti che i governi non fanno niente, ti spalmi la faccia di buone intenzioni, e ti accontenti. E vai avanti così.»
«Senti, Carlo, sai come la penso, e non ci credo che tu abbia rimuginato su questa cazzata per tutto questo tempo! Non so cosa ti succede, ma di certo non passerò la serata a sentirmi insultare.»
Luna si alzò e se ne andò.
Carlo capì in un istante che la crepa si era trasformata in burrone, ma non riusciva ancora a sentirne la tristezza. In seguito si interrogò molte volte sul perché se ne fosse uscito con quella frase offensiva, e si diede molte risposte di cui nessuna abbastanza convincente. Forse la verità era che le cose finiscono, e lui aveva una paura talmente grande di perdere Luna che aveva deciso inconsapevolmente di strappare via tutto, di gettarla via per non correre più il rischio di perderla.
Luna non si lasciò gettare via subito e provò per parecchie settimane a riprendere il filo che la legava a Carlo, ma ormai non erano più sintonizzati su niente. Non riuscirono più a parlare, e un giorno anche quel filo si ruppe: «Il mondo non può farsi carico dei tuoi problemi, Carlo, al mondo delle tue paturnie non gliene frega un cazzo!»
E “Carlo e Luna” smisero di esistere.
Al aveva capito che qualcosa non stava funzionando tra i due ragazzi già da un po’. Alle serate malinconiche cullate dalla calda voce di De André era seguito il silenzio e lo sguardo fisso di Carlo, intervallato dalla frenesia nel sistemare camera, cassetti, libri e spartiti. Una volta Al cadde per terra e rimase sotto al letto per una settimana intera, prima di essere raccolto e lanciato sul cumulo di vestiti dismessi. “Ragazzo non ci siamo!” ripeteva troppo spesso Al.

Finché un pomeriggio di novembre fu il turno di Al: Carlo lo trovò sotto il cappuccio di una felpa abbandonata per terra, lo strinse tra le mani come a trattenere la magia rimasta, e quasi senza guardare lo gettò nel bidone
del riciclo dell’alluminio.


DODICI ANNI DOPO
Carlo era arrivato allo snodo cruciale del suo progetto di ricerca, e ora l’emozione saliva dentro di lui impedendogli di dormire per più di cinque ore a notte.
Non era stata una strada facile, perché la scelta del suo percorso di studi in scienza dei materiali non era andata a genio ai suoi genitori, e spesso Carlo non aveva sentito su di sé la loro approvazione. Con il passare degli anni, però, questo aveva smesso di essere un problema perché Il ragazzo realizzava giorno dopo giorno che poteva avere un ruolo attivo nella lotta a favore della sostenibilità e dell’economia circolare.
Era proprio così. Quelle parole di Luna, dette quasi per gioco dodici anni prima, non avevano mai smesso di battere in testa a Carlo e avevano avuto l’effetto di motivarlo ancora di più, per dimostrare che tutti dovevano dare il loro contributo per la causa suprema dell’ecologia.
Anche quella mattina prima dell’alba Carlo si presentò nei laboratori dell’INFN di Padova dove stava lavorando insieme al suo team a un progetto di deposizione di film sottile protettivo da applicare alla sonda spaziale spacedrill. Ma la novità centrale di quel progetto, e motivo del coinvolgimento così intenso di Carlo, era la possibilità di utilizzare materiali di riciclo per applicazioni di alta tecnologia: per questo aveva studiato notte e giorno, aveva sperimentato almeno duecento leghe diverse e ne aveva seguito tutti i processi di depurazione. La più promettente era risultata una lega di alluminio e niobio, per cui la provenienza dell’alluminio era da riciclo al cento percento.
«Uè, Carletto, tutto questo entusiasmo per un po’ di alluminio riciclato non ti sembra un po’ troppo? Manco avessi scoperto la luna… eh eh» lo aveva provocato una sera Fabio, incurante di quanto la parola luna in fondo avesse giocato un ruolo centrale in quella vicenda…
«Eh, caro Fabio, questa è la dura vita del ricercatore: accontentarsi di cose che agli occhi degli altri sembrano piccole… Vedi, la mia felicità sta nel vedere realizzato ciò che ho sempre studiato, che ho ipotizzato, validato, su cui ho lavorato giorno e notte, seguendone ogni passo e ogni caduta. E tutto questo per dare il mio contributo a migliorare la nostra conoscenza delle cose. Magari aver riciclato l’alluminio con una purezza vicina al cento percento non influirà sulla vita di tutti, ma un giorno qualcuno userà la mia ricerca per altri scopi, magari più nobili, e allora anch’io avrò contribuito alla “salvezza dell’umanità”». E, forse perché era appena stata nominata, per un attimo gli era sembrato di averlo detto in faccia a Luna.
«Per mille neutroni! E adesso? Dove sono finito? E perché sto così stretto? Eccheccavolo di aspetto orribile ho? E… e tu chi saresti?» Dopo dodici anni Al, la mezza mole di alluminio, si trascinava ancora, vita dopo vita, flusso metallico dopo flusso metallico.

«Salve, mi chiamo Niobio, ma tutti mi chiamano Strong perché aiuto gli altri elementi a essere più resistenti.
Ho incontrato spesso atomi come i tuoi, ma mai così belli e puri… complimenti signor… signor? Come ti chiami?»
«Mi chiamo Al. Peso tredici grammi, ho circa trent’ anni… e in effetti ora che me lo fai notare era molto tempo che non mi sentivo così purificato… Wow, come mi sento bene. Sono un gran bel pezzo di alluminio, no?»
rispose Al, ringalluzzendosi non poco. «Ma cosa ci facciamo qui insieme? Dove siamo? E dove stiamo andando?»
«Vedo che è la prima volta per te, allora. Stiamo per essere inviati nello spazio.»
«Cosa?!»
«Caro mio, ora ci vedi così, dischi apparentemente insensati e poco attraenti. Immagino che nelle tue vite precedenti ti sia sentito più bello e attraente, ma credimi, non potevi finire in un posto migliore. Siamo un target per sputtering, mio caro.»
«Spatte cosa?» chiese Al perplesso.
«Una tecnica per l’applicazione di film sottili, strati molto sottili, di pochi atomi, che vanno a migliorare le caratteristiche della superficie di un oggetto. Nel nostro caso stiamo per essere “sputterati” sulla superficie di una sonda spaziale, mio caro. La dovremo proteggere dalle alte temperature dei motori!»
«Non ci posso credere! Nello spazio! Io? Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo! Chi meglio di me potrebbe proteggere una sonda spaziale?»
«Chi meglio di noi, intendevi dire…»
«Certamente, sì» rispose Al e provò ad accennare un “dammi un cinque” che non venne però colto dal suo compagno di avventure, mentre venivano accompagnati da un ragazzo con un carrello dentro una stanza dove, prima di entrare, si era pulito più volte le scarpe su un tappeto adesivo che eliminava quante più tracce di polvere possibile.
«Ecco il target, è appena arrivato. Lascio qui?» disse il ragazzo con il carrello.
«Sì, grazie Teo» rispose Carlo, mentre stirngeva bulloni con due chiavi inglesi.
L’emozione era palpabile in sala bianca. Lui e i suoi colleghi stavano finendo di sigillare la camera da vuoto che avrebbe ospitato spacedrill per lo sputtering: mancava solo il leak test per controllare che non ci fossero perdite, e il giorno seguente avrebbero fatto partire l’esperimento. Carlo controllò tutto quello che serviva:
spacedrill era stata sgrassata e pulita a dovere, il test elettrico era stato concluso positivamente e il target di alluminio e niobio su cui tanto aveva lavorato era davanti ai suoi occhi.
“Per tutti i legami ionici! Che mi prenda una scarica elettrica se quello non è proprio Carlo! È lui! Carlo! Ehi! No, non mi può mica sentire… Com’è cambiato, com’è cresciuto, com’è… ingrassato! Eh, è sempre stato una buona forchetta… Ma cosa ci fa qui? È tutto così assurdo! Non ho dimenticato il modo con cui mi ha gettato via, per me Carlo è stato la cosa più vicina a una famiglia che abbia mai avuto, e dopo di lui nessuno mi ha mai più dato importanza. Né tantomeno io ne ho data ad altri. Non mi sono più fidato di nessuno e ho sempre passato le mie vite aspettando il flusso metallico. Ma ora…”
Ora Al capiva di non averlo mai perdonato solo perché non lo aveva mai dimenticato: era rimasto lì, nel profondo dei suoi atomi, e aveva portato con sé un po’ della sua timidezza, della sua riservatezza e del suo amore per la natura. Grazie a Carlo, Al era stato capace di apprezzare la sua trasformazione in mille vite diverse. Nonostante tutto erano stati amici. Rivederselo davanti gli faceva provare qualcosa di simile a una stretta al cuore: una vibrazione di legami mai sentita prima, che risuonava un po’ come le canzoni nostalgiche che Carlo gli faceva sentire in camera certe sere. Non si sarebbe stupito se avesse sentito scendere una lacrima. Ma doveva stringere i denti e mantenere il controllo, dato che Strong non avrebbe mai capito quello che provava, e Al doveva continuare a dimostrargli di essere degno dell’incarico che li aspettava. “Proteggere dal calore estremo una sonda spaziale” si ripeté più volte tra sé e sé. “Caro Carlo, ti renderò orgoglioso di me.”
Quella sera, nella sua camera padovana, con la chitarra sulle ginocchia, Carlo si stava crogiolando nel piacere dell’attesa. Era difficile spiegare a chi non l’aveva mai provata l’emozione che precede il raggiungimento di un obiettivo rincorso per mesi. Era caduto mille volte, aveva percorso strade sbagliate, si era illuso di avere la soluzione in tasca per poi scoprire che la tasca era bucata. Gli era capitato di fare parecchie brutte figure con colleghi e superiori, sostenendo ipotesi che venivano smentite il giorno seguente dai dati che inesorabili e beffardi lo guardavano dallo schermo del pc. Ma ora, guardandosi alle spalle, gli sembrava impossibile non aver visto subito quella strada dritta e chiara che lo stava portando all’esperimento più incredibile a cui avesse mai assistito. Non sapeva dire, Carlo, chi lo avrebbe potuto capire. Il calciatore quando la palla entra in rete? L’agente immobiliare che vede il cliente firmare per l’acquisto di una casa? Lo scrittore che sente il proprio libro tra le mani per la prima volta? L’attore che entra in scena? Forse sì. Fare ricerca era il lavoro migliore del mondo, si mettono insieme le competenze, la creatività, le botte di fortuna, la tenacia, il lavoro di gruppo, e la consapevolezza di farlo per il bene di tutti. Era meraviglioso poter condividere un buon risultato con i propri compagni di sventura, era fantastico svegliarsi la domenica mattina alle sei chiedendosi come sta processando il campione per cui abbiamo fatto partire l’analisi il venerdì sera. E il giorno prima di un esperimento cruciale tutte le fasi del lavoro passavano davanti ai tuoi occhi mille volte, proprio come il copione di un attore.
Quanto è umana la scienza.
Carlo avrebbe voluto fermare il tempo mentre canticchiava “oggi ho messo la giacca dell’anno scorso, che così mi riconosco…” e con la stessa canzone in testa si svegliò il mattino seguente.
“Eccoci, sono pronto. Nella mia vita sono stato bicicletta tre volte, pentola dieci volte, lattina cento volte.
Ogni volta è stato come ricominciare con entusiasmo e curiosità, e ogni volta sono stato bellissimo. Ora sono al mio ultimo viaggio perché vagherò nello spazio. O tornerò. E se tornerò mi studieranno, e chissà, mi terranno lì: oggetto da ammirare, com’è giusto che sia. Io, splendido, con i miei atomi, senza più imperfezioni. Puro. Nessuna mole di alluminio prima di me ha potuto vedere tutto questo. Io sono Al. E vi guarderò dall’alto, vi spierò tutti, e sarò lontano ma vicinissimo a tutti voi.
Non sarà come le altre volte, il flusso metallico non è nulla a confronto… Questa volta sarò polverizzato e tutti i miei atomi saranno lontani, slegati, indipendenti. Saranno pochi secondi che decideranno tutto. Un campo magnetico attirerà i miei atomi e io, nel vuoto più spinto, rivestirò una parte di questa sonda spaziale.
Ho paura perché non so cosa sentirò. Chi lo sa come ci si sente polverizzati? Qui non si tratta più di trattenere vicino a me qualche elettrone eccitato, si tratta di evaporare. Squagliarmi. Disintegrarmi per poi ricompormi. Addosso alla sonda. E poi la proteggerò a costo della mia stessa vita. Io sono Al e lo posso fare. E voi mi ricorderete per sempre.”
«Il leak test è andato bene stanotte, Carlo» stava raccontando Antonio, «il target è posizionato, abbiamo appena portato in temperatura la camera. La pompa turbomolecolare ha raggiunto dieci alla meno otto millibar: ci siamo anche con il vuoto.»
«Allora siamo pronti» proclamò Carlo.
Accese il campo elettrico e la camera per lo sputtering si illuminò con una scarica elettrica.
Fatto. Pochi minuti e avrebbero avuto le risposte cercate per mesi.
E poi… Eccola lì, la capsula della sonda rivestita omogeneamente.
«È meravigliosa!» esclamarono i ragazzi increduli. Carlo si avvicinò e, con i guanti bianchi e gli occhi lucidi, accarezzò la superficie appena sputterata.
In quell’istante un brivido gli arrivò al cervello e toccò le parti più remote delle sue emozioni. Come se le sue mani avessero toccato qualcosa di vivo con un cuore pulsante.
E improvvisamente sentì nell’aria un profumo estivo, di aria salata sospinta dal mare. La felicità.


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