Ancora lo vedo. Il sole accecante, il netto contrasto con l’ombra che cominciava ad arrivare su quei tre scalini del negozio, il colore acceso delle case del centro.

E poi lo sento. L’odore del caldo di una giornata di agosto degli anni Ottanta, e la quiete di quell’ora in cui tutti si rifugiavano a pranzare nei posti più freschi. Un silenzio riposante dopo una mattina di lavoro, che per me, bambina, trasudava dalle facce stanche dei miei genitori, mentre con il consueto nervosismo davano l’ultimo giro di chiave alla porta di legno prima del meritato riposo pomeridiano.

E poi quello che non avevo il coraggio di sperare. “Andiamo a fare il bagno prima di pranzo?”

Mio papà, a modo suo, è un genio. Una persona che, se molte volte avresti voglia di prendere a testate, riesce a farsi perdonare tutto solo con uno sguardo, un sorriso, e l’idea più adatta a risolvere una giornata storta. Con quell’uscita riusciva a mettere d’accordo tutti: io, le mie sorelle maggiori, e soprattutto mia mamma che aveva così il “privilegio” di potersi occupare “solo” del pranzo e di mio fratello di poco più di un anno, senza il resto della famiglia sul groppone. Solo il tempo di dire “Paolo, ma in spiaggia stavolta, no sui scogli, che xe periocooso” e già stavamo correndo a mettere il costume, con la convinzione che avremmo fatto i tuffi dagli scogli anche se nostra mamma si fosse messa a pregarlo in aramaico antico.

Che poi, tuffi mica tanto… io, la più piccola, ho sempre avuto il privilegio di salire sulle spalle di mio papà e di godere di un incontro un po’ più dolce con l’acqua, rispetto al trattamento fintamente militaresco che lui riservava a loro.

Un giorno, di un anno lontano di quei tempi lì, nonostante il grande caldo (trenta gradi all’epoca sembravano un’assurdità), il vento stropicciava il mare con un certa foga. Questo ovviamente non impedì a mio padre di portarci sempre allo stesso accesso al mare, nonostante le preghiere un po’ più insistenti di mia madre ad entrare in acqua dalla spiaggia. L’emozione era alle stelle ma sentivo sotto la pelle la paura che cresceva all’avvicinarsi degli scogli. Guardai la spiaggia, ampia, larga, rassicurante, piena di bambini con i costumini colorati (probabilmente stranieri perché gli italiani non stavano in spiaggia all’una a quei tempi), che sereni entravano e uscivano dall’acqua da soli saltellando tra le onde. Davanti a me invece una barriera di rocce grigie. Piangere non poteva essere la soluzione, non mi avrebbero mai ascoltato e avrei fatto la figura della solita piccola.

Ma scoppiai a piangere lo stesso e al diavolo la figuraccia.

Nessuno assecondò i miei timori, e così il mare comparve davanti ai miei occhi, burrascoso, con le onde alte, gli schizzi di schiuma sul viso, e un rumore che non permetteva più a nessuno di sentire i miei lamenti. I miei tre impavidi accompagnatori si spogliarono velocissimi e scesero agilmente nell’acqua. Io puntai i piedi, il mare quel giorno non mi avrebbe sfiorato.

Ma sembrava davvero divertente. Troppo divertente per restare inchiodata lì. Forse mia sorella mi lesse nel pensiero e arrampicandosi sugli scogli mi allungò una mano, mi aiutò ad avvicinarmi e mi consegnò alle braccia sicure di mio papà. Quando mi mise giù la sorpresa: toccavo! (Stiamo pur sempre parlando del mare Adriatico).

Serve dirlo? chiunque abbia mai sperimentato la bellezza di saltare e tuffarsi in mezzo alle onde, sa che non esiste nulla di più divertente e appagante.

Qualche decina di anni dopo avrei rivisto lo stesso sguardo spaventato tramutarsi in felicità assoluta sui miei figli, e avrei sentito dentro me lo stesso odore di gioia di quel giorno degli anni Ottanta.

Tornammo a casa felici, stanchissimi e affamati. Come sempre il tempo per asciugarsi e rilassarsi non c’era perché secondo mio papà non serviva a niente, ci potevamo tranquillamente asciugare camminando verso casa, con i vestiti in mano.

Mia mamma fu felice e sollevata nel vederci tornare sani e salvi. La pasta era già pronta sulla tavola. Ci sedemmo a mangiare con i capelli ancora gocciolanti e la pelle incrostata dal sale.

Ancora oggi, quando il sole asciuga l’acqua del mare sulla mia pelle, la sensazione che mi rimane addosso è molto simile alla felicità.

La sensazione di “pelle che tira” è il risultato di una reazione chimico-fisica conosciutissima che si chiama evaporazione. Il mare infatti è una soluzione acquosa in cui sono disciolti molti tipi di sale, tra i quali il cloruro di sodio è in concentrazioni maggiori, intorno ai 38 grammi per litro mediamente.

Il sale che usiamo in cucina, il cloruro di sodio (NaCl), ha una purezza che si aggira intorno al 99,5% e viene prodotto anche per evaporazione dell’acqua marina. Nelle saline, infatti, presenti anche in Italia, si sfrutta la presenza del mare con fondali molto bassi e in zone poco piovose e molto soleggiate. Si lascia quindi evaporare l’acqua per raccogliere una volta all’anno il sale rimasto sul fondo. Questo è poi lavato, purificato raffinato e distribuito sulle nostre tavole.

Ma, come si può immaginare, solo alcuni paesi hanno dei luoghi così particolari come le saline, e infatti la maggior parte del sale da cucina è prodotto con una tecnica chiamata estrazione in soluzione: acqua pura viene infiltrata scavando nelle rocce sedimentarie, ricche di sale perché derivanti dall’evaporazione dei mari di milioni di anni fa. L’acqua allora scioglie parzialmente parte della roccia formando una salamoia che viene fatta risalire in superficie. Qui è sottoposta a evaporazione e il sale risultante viene poi lavato, purificato, addizionato di iodio e di antiagglomeranti.

Si sa, il sale fa male, dobbiamo essere molto cauti nel suo utilizzo e abituarci a usarne il meno possibile. Ma sentire sulle labbra il sapore del sale rimasto sulla pelle dopo un bagno in mare mi regala ogni volta una sensazione di libertà e stupore. Lo stupore di poter superare le proprie paure.


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