Oggi fare una passeggiata al di fuori del mio quartiere o organizzare un weekend in Veneto ha un sapore esotico di avventura, ma c’è stato un tempo in cui preparare valige e affrontare lunghi viaggi su voli intercontinentali faceva parte della mia quotidianità.
E se oggi sogno un lungo viaggio, offline, da sola, intenta solo a scegliere un buon film e a godermi il relax della business class, mi sembra impossibile che dieci anni fa io abbia avuto un vero e proprio attacco di panico mentre mi godevo il dopocena su un volo Francoforte – Tokyo.
Avevo già fatto molti viaggi su quella tratta. L’unica cosa che mi provocava un leggero fastidio era scoprire che il sedile non si abbassava del tutto ma solo in parte: se avessi potuto recensire su tripadvisor quel boing avrei potuto essere molto severa. Poi però le accortezze, lo champagne offerto a inizio viaggio, una programmazione di film molto interessante (quando le piattaforme streaming ancora non avevano preso il sopravvento), riuscivano sempre a farmi tornare il buonumore e a farmi godere il viaggio. Undici ore da sola senza dover interagire obbligatoriamente con nessuno. Un vero lusso.
Poi arrivò lui. E con lui l’amore, e con lui il sogno di una vita nuova.
Mi sono sempre considerata una persona forte e indipendente, ma in quel periodo testai il mio limite di sopportazione alla solitudine. Se prima di lui (AF – Avanti Fabrizio, come un mio amico ha definito il tempo passato prima di conoscere mio marito) potevo restare un mese (anche due!) lontana da ogni tipo di affetto, reale o fasullo, dopo di lui (DF) ogni ora passata lontano mi sembrava non avere più ragione di esistere, figuriamoci l’idea di passare un mese intero in Giappone, con il fuso orario che non ci permetteva di comunicare, e con il profumo della nostra nuova casa ancora nelle narici. L’ho già detto da qualche parte che l’amore rincretinisce?
Mi trovavo quindi nella fase di rincretinimento massimo, quando quel volo dei primi di Novembre 2013 decollò da Francoforte.
Continuavo a ripetermi di stare tranquilla, che un mese passa in fretta, mentre spegnevo il cellulare ed entravo in un vuoto che mi sembrava inaffrontabile e incolmabile. Mangiai senza il mio solito appetito e non chiesi il vino. Cercavo ossessivamente un film che potesse allontanare la mia mente da ogni pensiero, e neanche il sedile completamente orizzontale mi dava tregua da quella sensazione di strappo interno che provavo. Tutto questo mentre mi ripetevo che andava tutto bene, che al mio ritorno avrei trovato tutto come lasciato, che un mese “cosa vuoi che sia di fronte a una vita intera”, che la distanza avrebbe rafforzato il nostro sentimento.
Tre ore di volo trascorse, e un’infinità di tempo insostenibile davanti a me. Non ci furono altre possibilità che far sgorgare le lacrime. Lacrime che non intesero fermarsi, nemmeno quando un’assistente di volo si accorse di me e mi chiese gentilmente se andava tutto bene.
Avete presente quando aspettate solo che qualcuno vi chieda “come stai” per vomitargli addosso tutti i vostri pensieri? Quella povera signora romana rimpiange ancora di non essersi fatta i fatti propri quella sera, o di non essersi spacciata per tedesca, o cinese, o turca.
“Vuoi un cognac?” Mi disse con una dolcezza che ancora ricordo. Anzi di lei ricordo tutto, capelli biondo scuro, probabilmente tinti, lunghi fino alle spalle, occhi scuri e rassicuranti, lineamenti netti e decisi. Le raccontai tutto, di quanto fossi innamorata e sentissi impossibile poter stare lontano da Milano, di quanto il Giappone mi faceva sentire sola, immersa in una cultura che non contemplava l’espressione delle emozioni. Mi aggrappai a lei come oggi mia figlia si aggrappa alla mia gamba prima di entrare in classe.
Ma le lacrime non smettevano di scendere, l’alcool non fece effetto, non mi aiutò a rilassarmi e a dormire, e dopo qualche minuto mi trovai a inseguire la mia nuova amica lungo tutti i corridoi mentre lei assisteva gli altri passeggeri, la guardai mentre riponeva con quell’ordine invidiabile gli ultimi bicchieri, e la aiutai a cliccare sul monitor il controllo luci, passeggero per passeggero. Tutto mentre le lacrime continuavano a sgorgare copiose.
Non sapeva come liberarsi di me ed era troppo gentile per farmelo notare. Ma proprio grazie a quella mia insospettabile costanza nel rompere le palle, vidi qualcosa che non dimenticherò mai. Presa dallo sconforto infatti chiese ai piloti l’autorizzazione a portarmi anche in cabina dove doveva consegnare del caffè. Le dissero di si. Ricordo tutto alla perfezione, ricordo le mille luci ricoprire ogni superficie e anche le grasse risate che si fecero i piloti quando lei raccontò loro perché fossi così triste. “Dopo un anno di matrimonio vedrai che sognerai di andartene per un mese” ridevano loro commentando in inglese le lacrime che imperterrite ancora scendevano totalmente fuori controllo.
“Look there” mi disse poi il comandante e mi indicò una sottile linea di luce appena percettibile, tutta di fronte a noi. Più di centoottanta gradi di alba sulla curvatura della terra davanti ai miei occhi bagnati.
Tutta quella bellezza mi sarebbe stata preclusa dal destino se il cognac avesse fatto effetto. Se l’alcool etilico in esso presente fosse riuscito nella sua attività sedativa.
L’alcool ha un effetto opposto su due recettori neuronali: aumenta l’attività dell’ acido gamma amino-butirrico (detto GABA) e contemporaneamente riduce quella del recettore del glutammato. Il GABA è il neurotrasmettitore responsabile dell’attività inibitoria cerebrale, attività che viene quindi stimolata dall’interazione con le molecole di alcool, provocando la sensazione di leggerezza e sedazione nei confronti delle emozioni e di quanto ci circonda. Il recettore del glutammato è invece legato all’eccitazione neuronale del cervello, la sua riduzione può provocare quindi una minore reattività della persona, provocando in alcuni casi la perdita di memoria o la riduzione della lucidità sui ricordi.
Gli studi sugli effetti dell’alcool sul cervello sono in continua evoluzione e c’è ancora molto da scoprire, ma sicuramente un eccesso continuo e l’abuso di questa sostanza diventano estremamente dannosi sia per il cervello che per altri organi. La pericolosità è soprattutto legata agli effetti di dipendenza provocati, con la necessità percepita di dosi sempre maggiori e frequenti per raggiungere uno stato di allontanamento dalla realtà.
Si discute molto negli ultimi tempi sull’esistenza di una soglia di sicurezza nell’utilizzo di alcolici, e non è mia intenzione entrare in questo dibattito dato che non ho le competenze necessarie. Nel mio piccolo posso solo appellarmi al buon senso, che ci aiuti a godere dei piaceri della tavola e della natura senza provocare danni alla nostra salute. Una linea sottile, spesso invisibile e difficile da individuare. Probabilmente se fosse più facile vivere serenamente e in armonia con il proprio corpo e l’ambiente circostante, vivendo appieno anche le sfide e i problemi, le gravi dipendenze (da alcool, sostanze stupefacenti, persone tossiche…) diminuirebbero.
Quel mese di Novembre passò, e non solo lui, ma quasi dieci anni sono passati nel frattempo. A parte un po’ di imbarazzo iniziale non mi sono mai vergognata di quella caduta emotiva a undicimila metri, ma è entrata nella mia vita costruendo un piccolo tassello sulla consapevolezza dei miei limiti.
E poi un’alba così chissà se la rivedrò mai…
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