Latte artificiale: una formula non sempre vincente

Il 20 novembre tutto il mondo ha celebrato la giornata dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e in questa cornice non si può dimenticare quanto accaduto a maggio 2022 negli Stati Uniti: i genitori di neonati hanno sperimentato una piccola – grande tragedia. Dagli scaffali del supermercato scomparvero quasi completamente i barattoli di latte in formula, tanto che alcuni negozi dovettero limitare l’acquisto a un numero contenuto di confezioni per singolo cliente.

La causa di questo enorme problema risiede tra l’altro nelle politiche economiche statunitensi che permettono a poche case produttrici (Abbott, Nestlè e Reckitt) di detenere il 90% del monopolio del latte in formula nel mercato statunitense. È bastata la chiusura di uno degli stabilimenti di produzione della Abbott per il sospetto di contaminazione da Cronobacter, un batterio estremamente pericoloso che potrebbe aver causato la morte di due bambini, per generare una crisi senza precedenti.

Mentre il presidente Biden richiedeva di utilizzare “Defence Production Act”, i consigli in rete sui metodi per ottimizzare le scorte di latte in formula si sono sprecati: diluizioni eccessive, commercio di latte materno online (senza i necessari controlli), invito al ritorno all’allattamento al seno (fuori tempo massimo…).

Oltre alle politiche economiche (argomento non oggetto di questo articolo), la causa di questa emergenza drammatica è da imputare alle cattive politiche di marketing aggressivo di prodotti sostitutivi del latte materno.

Le prime formulazioni del latte artificiale

Facendo un piccolo passo indietro, andiamo a vedere come si è sviluppato nel corso dei decenni il mercato del latte artificiale.

Nel 1865 Justus von Liebig mise a punto la prima formulazione di alimento sostitutivo al latte materno composto di latte vaccino, farina di grano, malto e bicarbonato di sodio. Il suo intento era di riuscire a combattere il grave tasso di mortalità infantile negli orfanotrofi. Prima di questa invenzione, infatti, l’alternativa al latte materno erano le balie, disponibili a nutrire figli non propri in cambio di denaro, o l’utilizzo di preparati di origine vegetale o di latte vaccino, pericolosi per la salute dei neonati, sia per l’apporto nutrizionale, sia per le condizioni igienico-sanitarie delle strumentazioni usate. Rappresentativo è il nome dell’antenato del biberon che, in assenza di procedimenti di sterilizzazione fu poi chiamato “bottiglia della morte”.

Il baliatico, inoltre, era inizialmente diffuso solamente nelle classi più abbienti, ma con la rivoluzione industriale si diffuse in tutti gli strati della società, perché il lavoro in fabbrica richiamava anche parecchie donne a un veloce rientro dopo la nascita dei figli, incrementando il ricorso a sostituti alimentari. [1]

Il latte in formula negli anni

Henri Nestlè, imprenditore tedesco naturalizzato svizzero, riprese le formulazioni di von Liebig e le perfezionò con una nuova ricetta e un nuovo processo di produzione. Il latte diventò facile da preparare e gradito al gusto dei bambini tanto che nel 1874 furono vendute più di un milione di confezioni in più di venti paesi nei cinque continenti.

Da allora il latte in formula si è sempre più avvicinato alla reale composizione del latte materno, senza mai coincidere con tutti i principi nutritivi in esso presenti. Se da un lato la ricerca scientifica è riuscita a introdurre nella ricetta alcuni elementi preziosi come prebiotici, probiotici e nucleotidi, necessari alla sintesi proteica, dall’altro non è ancora possibile inserire composti indispensabili come gli enzimi per migliorare la digeribilità del latte stesso, e gli anticorpi, vero gioiello della natura, a protezione di infezioni potenzialmente molto pericolose come quella che porta alla pertosse.

Nonostante gli innegabili miglioramenti nel latte in formula, nel 1939 la pediatra Cicely Williams arrivò a dire che “se le vostre vite fossero amareggiate come lo è la mia vedendo giorno dopo giorno questo massacro di innocenti, derivante da un’alimentazione inadeguata, allora credo sareste d’accordo con me nel ritenere che la scorretta pubblicità degli alimenti per bambini debba essere punita come la più criminale delle forme di sedizione e che quelle morti debbano essere considerate come degli omicidi”. [2]

Williams si riferiva a quanto osservato in Malesia in quegli anni: alle puerpere veniva proposto il latte condensato come alimento di gran lunga migliore al latte materno, a causa della politica di marketing di Nestlè, che non teneva conto delle condizioni igieniche in quei luoghi, differenti rispetto all’Europa.

Questo fu probabilmente uno dei primi campanelli d’allarme che maturò poi con la pubblicazione nel 1979 delle prime raccomandazioni dell’OMS e UNICEF sull’incentivazione dell’allattamento al seno.

Il marketing aggressivo: da alimento salvavita a criminale.

È stata proprio la campagna di marketing aggressivo del latte in formula a trasformare questo prodotto da salvavita a “criminale”. Nel corso della prima metà del Novecento si assistette infatti a un dilagare di pubblicità in tutte le strutture frequentate da donne incinte con elargizione di campioni gratuiti, dove il prodotto era ingannevolmente dichiarato come assolutamente comparabile, se non qualitativamente superiore, al latte materno. Questa campagna pubblicitaria massiva, insieme alla cultura del tempo che nutriva una grandissima fiducia nel futuro, nella scienza e nella tecnologia, e proponeva una nuova figura femminile sempre più slegata al suo ruolo materno, portarono a una riduzione drastica del numero di neonati allattati al seno.

La pediatra Daniela Maspero ci racconta che “l’utilizzo massivo del latte artificiale ha portato nel corso degli anni, tra le altre cose, a un aumento notevole di allergie alimentari (dovuto a un anticipo sui tempi dello svezzamento), all’abbassamento medio delle difese immunitarie dei neonati, e alla diffusione di malattie, anche mortali per i neonati, legate all’impossibilità di sterilizzare l’acqua in alcune aree della terra. Ma non solo questo: il latte artificiale mette a rischio anche il rapporto di rassicurazione madre-neonato, utile per la crescita psicologica dei bambini.” Aggiunge poi che “il latte in formula dovrebbe essere utilizzato solo nei rari casi di agalattia o ipogalattia, malattie che provocano assenza o limitata produzione di latte materno, e in altre situazioni che costituiscono però delle eccezioni alla regola, la quale prevede che quasi tutte le donne che partoriscono possono allattare, se sostenute da un ambiente favorevole”.

L’intervento di OMS e UNICEF

Nel 1981 uscì il “Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno”[3] dove viene riconosciuto che “la malnutrizione infantile rientra in una problematica più ampia di mancanza di educazione, povertà e ingiustizia sociale”, e dichiarato senza indugi che “il latte materno è un modo incomparabile per garantire il nutrimento ideale per la crescita sana e lo sviluppo dei lattanti”. Il codice continua poi riconoscendo gli errori commessi nel passato con le pratiche di marketing aggressivo e richiedendone una dura e decisa limitazione.

Nel 2022 l’invito all’incentivazione all’allattamento materno è stato solo parzialmente ascoltato, e i fatti di maggio negli Stati Uniti lo confermano: la scheda “Global Breastfeeding Scorecard”[4], che analizza i dati in 194 stati mostra come solo il 40% dei bambini tra zero e sei mesi viene allattato esclusivamente con il latte materno, come invece prescrivono OMS e UNICEF.

È inoltre ampiamente dimostrato che l’allattamento seno porta benefici a livello cognitivo e di salute sia per i bambini che per le madri in quanto i ricercatori hanno evidenziato una riduzione del rischio di soffrire di tumore al seno e alle ovaie, oltre a una riduzione del rischio di depressione post-partum quando l’allattamento al seno avviene in un ambiente favorevole (anche lavorativamente), privo di pregiudizi e falsi pudori.

È stato stato stimato infine che una diffusione quasi totale dell’allattamento materno al mondo porterebbe alla prevenzione di 823mila morti all’anno di bambini sotti i cinque anni, e 20mila morti all’anno di donne per cancro al seno.[5]

Immagine di storyset su Freepik


[1] Nicoletta Bernava, «La cultura dell’allattamento nella società inglese dal Settecento al Novecento», Tesi di laurea.

[2] https://reference.jrank.org/biography-2/Williams_Cicely.html

[3] https://www.unicef.it/pubblicazioni/codice-internazionale-sulla-commercializzazione-dei-sostituti-del-latte-materno/

[4] https://www.globalbreastfeedingcollective.org/global-breastfeeding-scorecard

[5] Breastfeeding in the 21st century: epidemiology, mechanisms, and lifelong effect – The Lancet


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